Mai ciù...
Mai ciù arrivià
a teu sæta, Dê prefondo,
con ciù a
l'è lonxi e ciù a se fa vexin,
ògni forma
o l'affreccia o seu cammin,
e o l'açende
un remoin in scöso a-o mondo.
Mai finià
o tempo; e o l'è arrivòu zà in fondo.
Mi, drento a-a teu
domanda sensa fin,
derrùo, e
con mi e çittæ co-i seu rampin
d'ardïo ciumento
e de crestallo biondo.
Crïi che sciortimmo
da'nna sola göa,
passemmo pe euggio,
soli, inta tempesta;
e no viemmo ch'a
l'è de veddro l'öa,
che se ne zëa
in sciô spegio euvei e festa,
e stisse da fadiga
e da demöa.
'Nna muägia
nùa, liscia into sô, a n'arresta.
(Mai più... Mai più arriverà la tua freccia, Dio profondo / tanto più si allontana, quanto più si avvicina, / il suo percorso trafigge ogni forma / e accende un vortice nel grembo del mondo./ / Mai finirà il tempo; ed è già arrivato al fondo. / Io precipito nella tua domanda infinita / e con me le città, con i loro uncini-pretesti / di ardito cemento e di cristallo biondo. // Siamo grida che escono da una sola gola, / naufraghiamo da soli nella tempesta; / e non vediamo che l'ora è di vetro // che ci si gelano sullo specchio la festa e il giorno feriale, / le stille della fatica e del gioco. / Ci rimane un muro nudo, liscio nel sole. ) [Tratto da "A pòula e a lunn-a", 1997, Le Mani, Genova]
E' un normale sonetto
dallo schema abba abba cdc dcd. Il lessico e la sintassi sono abbastanza
vicini al parlato, eccezion fatta per quel "Dé", forma arcaica per
"Dio", e per qualche inversione enfatica della normale sequenza soggetto-verbo-complemento,
ad es. "ogni forma o l'affreccia o seu cammin" in luogo di "o seu cammin
o l'affreccia ogni forma". Nel ciclo di sonetti cui appartiene anche questo,
ho spesso cercato di descrivere un paesaggio puramente interiore, senza
il benché minimo rapporto con la realtà: dal punto di vista
razionale e logico, il contenuto può anche non esistere, proprio
per affermare radicalmente che non sono i contenuti o i ragionamenti l'essenza
della poesia. In questo caso specifico, comunque, il motivo ispiratore
è la teoria di Giorgio Colli sull'origine della dialettica nella
filosofia greca; secondo lo studioso, la dialettica sarebbe nata dall'enigma,
inteso nella sua accezione mitica e sacra, opera del "dio crudele" Apollo,
il quale fra i suoi attributi conta l'arco e le frecce con cui può
"colpire da lontano", nascostamente - proprio come l'enigma, che colpisce
in modo differito, tendendo una trappola - e come la dialettica, nella
quale, checché se ne dica, è più importante scoprire
l'avversario, che non scoprire la verità; da questa forma di pensiero
distruttiva, la dialettica, è poi nato tuto il pensiero moderno,
cinico e razionalista. Da parte mia, con una associazione di idee, ho messo
in rapporto la freccia di Apollo con un'altra freccia, quella della nota
aporia di Zenone l'eleate, tendente a dimostrare l'illusorietà del
mondo che ci circonda. Credere nella molteplicità delle apparenze
è l'errore in cui l'Occidente continua a cadere, seguendo la sua
filosofia, nata dall'inganno di Apollo e discostandosi sempre più
dall'unicità dell'essere parmenideo; per contrasto ciò viene
reso nel testo mediante immagini il più possibile concrete e drammatiche
e sfruttando alcune caratteristiche specifiche del genovese, ad es. la
parola "rampin", che significa "uncini", riferito all'aspetto aguzzo e
irto delle nostre città, ma che vuol dire anche "pretesti", qui
nel senso di "espedienti per non vedere la verità."