Più ci penso,
più mi convinco che al fondo di qualsiasi scritto letterario vi
è molto del gioco e dello scherzo, e che il poeta è più
che altro un ciarlatano, che si diverte a stupire il suo pubblico.
Per quale motivo,
infatti, bisognerebbe dire, tanto per fare un esempio, che "l'aurora ha
le dita di rosa", quando sappiamo benissimo che essa non ha affatto dita
di rosa, ma è soltanto un comunissimo fenomeno naturale? Perchè
mai bisognerebbe calcolare il ritmo del verso, trovare immagini che si
allontanano dal linguaggio ordinario, inventare inusitati accostamenti
di parole, se non fossimo dei solenni mentitori? La realtà non ha
nulla a che vedere con la descrizione che ne danno i letterati.
D'altronde, uno
scritto del tutto privo di metafore e di immaginazione sarebbe ugualmente
menzognero: la definizione di fenomeno naturale, riferita all'alba, è
anch'essa falsa; non foss'altro perchè è parziale, perchè
tutti sappiamo a quanti simboli è legato, nelle varie espressioni
culturali, nell'esperienza degli uomini, lo spuntare del sole: uscire dalle
tenebre verso la luce, riscaldare le membra intorpidite dal freddo, vedere
sorgere una nuova era...
Qualsiasi predicato
io voglia apporre alla realtà o ad un suo aspetto qualunque, non
sarà difficile dimostrare quanto esso sia parziale, incompleto,
e dunque falso. Ne consegue che non solo non è difficile comporre
poesie, ma anzi che è quasi impossibile non comporne. La poesia,
infatti, come la filosofia - ma,diversamente da essa, per mezzo di procedimenti
extralogici - nasce per esprimere la totalità e, per la povertà
del linguaggio umano, non può che fallire. Si riduce quindi a non
esprimere altro che l'aspirazione alla totalità; ora, su questa
strada, qualunque parola può divenire poesia, per chi nutra tale
aspirazione. Qualunque affermazione, che si possa fare nel tentativo di
rendere effabile l'eterno, è poesia ed è necessariamente
un fallimento, una menzogna; non voglio dire se bella o brutta, buona o
cattiva, perchè qui non intendo prendere in esame il problema estetico,
ma solo chiedermi quale sia il significato originario del poetare.
Ecco il carattere
illusionistico della letteratura: dietro ogni sua finzione c'è sempre
una verità parziale, che la rende accettabile.
Però - mi
si potrebbe chiedere - se dietro le apparenze del mondo non vi fosse alcuna
verità ultima, questo continuo tendere verso l'assoluto per mezzo
dell'arte sarebbe vano? Io credo che questa ricerca sarebbe comunque produttiva;
cercare l'assoluto equivale, infatti, a crearlo: per colui che lo cerca,
se non per altri, l'assoluto esiste e conta ben poco che, alla fine, lo
si trovi.
E poi, perchè
escludere che possa capitare di scoprire, come in una illuminazione - il
satori dello zen, la riduzione fenomenologica dello Husserl - che l'assoluto
è già in noi e non c'è niente da sperare, niente da
cercare, nessun cammino da percorrere?
Da ciò procede
anche la completa gratuità della poesia: non ha più motivi,
per esistere, di quanti ne abbia una pietra, un albero, l'ombra dello stesso
albero ad una certa ora del giorno; noi sappiamo forse tutto sui processi
geologici che hanno formato la pietra, su come nasce e si sviluppa l'albero
e su come si forma l'ombra dell'albero; ma non sappiamo, nè sapremo
mai, il perchè.
2°-
Davanti ad una poesia
di non immediata comprensibilità, ogni tanto qualcuno osserva che
sarebbe così semplice usare delle metafore più trasparenti,
più a portata di mano; e vuoi mettere il maggior successo di pubblico...
una poesia lineare, con poche immagini classicamente calibrate... dopo
tutto, il cuore umano è sempre lo stesso, dalla notte dei tempi...
Mi domando se codesto
amore per le cose semplici e a portata di mano non sia una delle forme
sotto cui si manifesta l'odio che taluni provano per tutto ciò che
è al di sopra della mediocrità ed è difficile da ottenere.
Bisogna dire pane al pane e vino al vino! Sta bene, ma proprio per questo
bisogna riconoscere che la vita non è affatto semplice. Nella vita
quasi nulla è a portata di mano, a nostra immediata disposizione.
Perchè mai la letteratura dovrebbe esserlo? Kant ci ha parlato del
senso di esaltazione che gli dava la lontananza delle stelle nel cielo
notturno sopra il suo capo. Siccome ciò che è lontano e prezioso
è riservato a pochi, se non addirittura irraggiungibile, preferiamo
far finta che non esista, tacciare di sognatore e utopista chi lo persegue.
Eppure, non so proprio
come sia possibile fare della poesia, senza la percezione di questa abissale
distanza che intercorre tra l'uomo e i suoi sogni; anzi, più questi
sogni saranno difficili a raccontarsi, impossibili a realizzarsi, e più
la poesia avrà qualche possibilità di essere profonda e originale.
Certa poesia neodialettale,
di tendenza simbolista ed ermetizzante, non ha mancato di suscitare opposizione,
poichè essa - si dice - ben lungi dall'essere popolare, è
una poesia intellettualistica. A parte il fatto che la principale colpa
della poesia neodialettale è piuttosto quella di voler quasi fare
dell'uso del dialetto una banale norma estetica, laddove è invece
necessario sentire destarsi una potenza trasgressiva, chi può dire
di conoscere veramente il popolo?
Non è forse
vero che persino coloro che ne fanno parte conoscono il popolo, cioè
sè stessi, esclusivamente attraverso i libri, i giornali, la televisione,
ossia attraverso immagini sempre deformate, perchè di parte? Sbaglierebbe,
chi credesse che il pensiero popolare sia semplice, legato a verità
elementari e terrene: come un'immensa spugna l'immaginario di noi tutti
- l'inconscio collettivo, per dirla con i termini di una moderna mitologia
- ha assorbito dottrine e simboli di antiche sapienze, ci tramanda a nostra
insaputa conoscenze remote e archetipi eterni. La struttura profonda di
una lingua come il genovese non è semplice; già soltanto
l'immensa mole di vocaboli a disposizione, con le loro gradazioni di significato,
lo impedirebbe. Basta solo parlare, anche per poco, con qualche persona
nata in campagna, e non delle meno colte, per rimanere sorpresi da vocaboli
vivissimi e vetusti, non registrati dai vocabolari.
Come lo scultore
che si dispone ad imprimere una forma precisa ad un materiale già
dotato, in certo qual modo, di una sua personalità (marmo o legno,
ad esempio), sfruttandone per i suoi scopi anche le piccole imperfezioni,
certe striature colorate, i segni delle ere geologiche, le nervature e
le asperità naturali, così chi scrive in genovese oggi si
accinge a scavare in una materia che gli autori del passato hanno appena
scalfito superficialmente; il macigno, nella sua apparente rozzezza, nella
sua impenetrabile durezza e severità, finirà col parlare;
e la sua voce, proveniente dal buio dei secoli, alluderà ad un mistero;
e dove si percepisce un mistero, con la sua inseparabile, scomoda compagna
che non è bene nominare, si avverte sempre un'altra presenza segreta,
la poesia.