IL CIARLATANO      (estratto da "Il Babau", anno III, n° 10, aprile-giugno 1993)

Più ci penso, più mi convinco che al fondo di qualsiasi scritto letterario vi è molto del gioco e dello scherzo, e che il poeta è più che altro un ciarlatano, che si diverte a stupire il suo pubblico.
Per quale motivo, infatti, bisognerebbe dire, tanto per fare un esempio, che "l'aurora ha le dita di rosa", quando sappiamo benissimo che essa non ha affatto dita di rosa, ma è soltanto un comunissimo fenomeno naturale? Perchè mai bisognerebbe calcolare il ritmo del verso, trovare immagini che si allontanano dal linguaggio ordinario, inventare inusitati accostamenti di parole, se non fossimo dei solenni mentitori? La realtà non ha nulla a che vedere con la descrizione che ne danno i letterati.
D'altronde, uno scritto del tutto privo di metafore e di immaginazione sarebbe ugualmente menzognero: la definizione di fenomeno naturale, riferita all'alba, è anch'essa falsa; non foss'altro perchè è parziale, perchè tutti sappiamo a quanti simboli è legato, nelle varie espressioni culturali, nell'esperienza degli uomini, lo spuntare del sole: uscire dalle tenebre verso la luce, riscaldare le membra intorpidite dal freddo, vedere sorgere una nuova era...
Qualsiasi predicato io voglia apporre alla realtà o ad un suo aspetto qualunque, non sarà difficile dimostrare quanto esso sia parziale, incompleto, e dunque falso. Ne consegue che non solo non è difficile comporre poesie, ma anzi che è quasi impossibile non comporne. La poesia, infatti, come la filosofia - ma,diversamente da essa, per mezzo di procedimenti extralogici - nasce per esprimere la totalità e, per la povertà del linguaggio umano, non può che fallire. Si riduce quindi a non esprimere altro che l'aspirazione alla totalità; ora, su questa strada, qualunque parola può divenire poesia, per chi nutra tale aspirazione. Qualunque affermazione, che si possa fare nel tentativo di rendere effabile l'eterno, è poesia ed è necessariamente un fallimento, una menzogna; non voglio dire se bella o brutta, buona o cattiva, perchè qui non intendo prendere in esame il problema estetico, ma solo chiedermi quale sia il significato originario del poetare.
Ecco il carattere illusionistico della letteratura: dietro ogni sua finzione c'è sempre una verità parziale, che la rende accettabile.
Però - mi si potrebbe chiedere - se dietro le apparenze del mondo non vi fosse alcuna verità ultima, questo continuo tendere verso l'assoluto per mezzo dell'arte sarebbe vano? Io credo che questa ricerca sarebbe comunque produttiva; cercare l'assoluto equivale, infatti, a crearlo: per colui che lo cerca, se non per altri, l'assoluto esiste e conta ben poco che, alla fine, lo si trovi.
E poi, perchè escludere che possa capitare di scoprire, come in una illuminazione - il satori dello zen, la riduzione fenomenologica dello Husserl - che l'assoluto è già in noi e non c'è niente da sperare, niente da cercare, nessun cammino da percorrere?
Da ciò procede anche la completa gratuità della poesia: non ha più motivi, per esistere, di quanti ne abbia una pietra, un albero, l'ombra dello stesso albero ad una certa ora del giorno; noi sappiamo forse tutto sui processi geologici che hanno formato la pietra, su come nasce e si sviluppa l'albero e su come si forma l'ombra dell'albero; ma non sappiamo, nè sapremo mai, il perchè.
 

2°-
Davanti ad una poesia di non immediata comprensibilità, ogni tanto qualcuno osserva che sarebbe così semplice usare delle metafore più trasparenti, più a portata di mano; e vuoi mettere il maggior successo di pubblico... una poesia lineare, con poche immagini classicamente calibrate... dopo tutto, il cuore umano è sempre lo stesso, dalla notte dei tempi...
Mi domando se codesto amore per le cose semplici e a portata di mano non sia una delle forme sotto cui si manifesta l'odio che taluni provano per tutto ciò che è al di sopra della mediocrità ed è difficile da ottenere. Bisogna dire pane al pane e vino al vino! Sta bene, ma proprio per questo bisogna riconoscere che la vita non è affatto semplice. Nella vita quasi nulla è a portata di mano, a nostra immediata disposizione. Perchè mai la letteratura dovrebbe esserlo? Kant ci ha parlato del senso di esaltazione che gli dava la lontananza delle stelle nel cielo notturno sopra il suo capo. Siccome ciò che è lontano e prezioso è riservato a pochi, se non addirittura irraggiungibile, preferiamo far finta che non esista, tacciare di sognatore e utopista chi lo persegue.
Eppure, non so proprio come sia possibile fare della poesia, senza la percezione di questa abissale distanza che intercorre tra l'uomo e i suoi sogni; anzi, più questi sogni saranno difficili a raccontarsi, impossibili a realizzarsi, e più la poesia avrà qualche possibilità di essere profonda e originale.
Certa poesia neodialettale, di tendenza simbolista ed ermetizzante, non ha mancato di suscitare opposizione, poichè essa - si dice - ben lungi dall'essere popolare, è una poesia intellettualistica. A parte il fatto che la principale colpa della poesia neodialettale è piuttosto quella di voler quasi fare dell'uso del dialetto una banale norma estetica, laddove è invece necessario sentire destarsi una potenza trasgressiva, chi può dire di conoscere veramente il popolo?
Non è forse vero che persino coloro che ne fanno parte conoscono il popolo, cioè sè stessi, esclusivamente attraverso i libri, i giornali, la televisione, ossia attraverso immagini sempre deformate, perchè di parte? Sbaglierebbe, chi credesse che il pensiero popolare sia semplice, legato a verità elementari e terrene: come un'immensa spugna l'immaginario di noi tutti - l'inconscio collettivo, per dirla con i termini di una moderna mitologia - ha assorbito dottrine e simboli di antiche sapienze, ci tramanda a nostra insaputa conoscenze remote e archetipi eterni. La struttura profonda di una lingua come il genovese non è semplice; già soltanto l'immensa mole di vocaboli a disposizione, con le loro gradazioni di significato, lo impedirebbe. Basta solo parlare, anche per poco, con qualche persona nata in campagna, e non delle meno colte, per rimanere sorpresi da vocaboli vivissimi e vetusti, non registrati dai vocabolari.
Come lo scultore che si dispone ad imprimere una forma precisa ad un materiale già dotato, in certo qual modo, di una sua personalità (marmo o legno, ad esempio), sfruttandone per i suoi scopi anche le piccole imperfezioni, certe striature colorate, i segni delle ere geologiche, le nervature e le asperità naturali, così chi scrive in genovese oggi si accinge a scavare in una materia che gli autori del passato hanno appena scalfito superficialmente; il macigno, nella sua apparente rozzezza, nella sua impenetrabile durezza e severità, finirà col parlare; e la sua voce, proveniente dal buio dei secoli, alluderà ad un mistero; e dove si percepisce un mistero, con la sua inseparabile, scomoda compagna che non è bene nominare, si avverte sempre un'altra presenza segreta, la poesia.