In questa nuova raccolta Alessandro Guasoni,
pur nella varietà di registri a lui consueta, punta decisamente
a una poesia alta, ardua e di complessi significati. S'è forgiato
ormai una lingua colta e malleabile, scaltrita e disponibile alle espressioni
più ardite: si pensi non solo al sapiente inserimento di arcaismi
genovesi e di tecnicismi desunti dall'italiano, ma anche alla creazione
di originali "mots-valise", talora accoppiati in assonanza (magon/magheu,
monti/penscei, scroscio/barcassa ecc.).
Se il suo mondo era, finora, quello multiforme
della città e delle sue storie, anche antiche - certo attraversato
da un fremito di enigma -, ora si ha l'impressione che Guasoni, dopo aver
provato diverse chiavi e diverse serrature, sia giunto a definire le coordinate
della sua ricerca poetica - una ricerca, occorre dirlo, decisamente rivolta
verso il centro dell'io (Se poese ammiàme drento , recitava
il titolo di una poesia della precedente raccolta, L'atra Zena).
Se, come affermava Goethe a conclusione del Faust, Alles Vergangliche
ist nur ein Gleichnis (ogni cosa transitoria è solo una figura,
o un simbolo), le figure di Guasoni avranno la funzione di dire ciò
che è nascosto (ascoso è l'aggettivo più frequente
della raccolta), e di segnare i passaggi, i varchi verso il chiuso spazio
della verità e del destino (che o sta serròu in ti).
Ecco dunque le figure della porta, della finestra, del ponte, ma soprattutto
dello specchio, dell'ombra e della maschera: quest'ultima forse la figura-chiave,
in quanto rappresenta al contempo il luogo dell'anima (la superficie del
volto) e il passaggio paradossalmente introvabile che a esso dovrebbe condurre
(gli occhi della maschera vedono ciò che quelli "carnali" mai vedranno).
La maschera è insomma la forma stessa di ciò che, invece
di rivelare, nasconde per sempre. Così anche le parole, che si portan
dietro, mostrandola/nascondendola, la (loro) verità, come un corpo
si porta dietro la (sua) ombra: come la luna.