Edoardo Costadura: "A pòula e a lunn-a" di Alessandro Guasoni

In questa nuova raccolta Alessandro Guasoni, pur nella varietà di registri a lui consueta, punta decisamente a una poesia alta, ardua e di complessi significati. S'è forgiato ormai una lingua colta e malleabile, scaltrita e disponibile alle espressioni più ardite: si pensi non solo al sapiente inserimento di arcaismi genovesi e di tecnicismi desunti dall'italiano, ma anche alla creazione di originali "mots-valise", talora accoppiati in assonanza (magon/magheu, monti/penscei, scroscio/barcassa ecc.).
Se il suo mondo era, finora, quello multiforme della città e delle sue storie, anche antiche - certo attraversato da un fremito di enigma -, ora si ha l'impressione che Guasoni, dopo aver provato diverse chiavi e diverse serrature, sia giunto a definire le coordinate della sua ricerca poetica - una ricerca, occorre dirlo, decisamente rivolta verso il centro dell'io (Se poese ammiàme drento , recitava il titolo di una poesia della precedente raccolta, L'atra Zena). Se, come affermava Goethe a conclusione del Faust, Alles Vergangliche ist nur ein Gleichnis (ogni cosa transitoria è solo una figura, o un simbolo), le figure di Guasoni avranno la funzione di dire ciò che è nascosto (ascoso è l'aggettivo più frequente della raccolta), e di segnare i passaggi, i varchi verso il chiuso spazio della verità e del destino (che o sta serròu in ti). Ecco dunque le figure della porta, della finestra, del ponte, ma soprattutto dello specchio, dell'ombra e della maschera: quest'ultima forse la figura-chiave, in quanto rappresenta al contempo il luogo dell'anima (la superficie del volto) e il passaggio paradossalmente introvabile che a esso dovrebbe condurre (gli occhi della maschera vedono ciò che quelli "carnali" mai vedranno). La maschera è insomma la forma stessa di ciò che, invece di rivelare, nasconde per sempre. Così anche le parole, che si portan dietro, mostrandola/nascondendola, la (loro) verità, come un corpo si porta dietro la (sua) ombra: come la luna.