Come tutti sanno, la prima e più antica
poesia fu epica ed impersonale. Negli sterminati poemi indiani Ramayana
e Mahabharata, nell'Iliade e nell'Odissea, materia di canto sono Dei ed
Eroi, mentre i piccoli problemi dei piccoli uomini non vi trovano posto,
non perché non siano importanti, ma perché tutto ciò
che può accadere all'uomo comune è già riassunto ed
esemplificato nell'eterna vicenda divina ed eroica. Ognuno di noi, nei
momenti cruciali della propria esistenza, è - o può essere
- un dio o un semidio.
Già in quello che siamo soliti chiamare
il mondo classico, tuttavia, si fa strada l'autocoscienza dell'Io: con
Archiloco in poesia e in filosofia con Anassimandro; fecondità individuante,
lo spirito d'Europa si distacca dai valori rappresentati dall'Asia, la
terra illimitata dell'àpeiron, ed inizia il proprio cammino alla
ricerca di sé stesso. In realtà, come autorevolmente è
stato anche di recente osservato (1*), si tratta di un cammino in discesa,
verso l'oblio della propria identità. L'uomo europeo sarà,
da quel momento in poi, l'uomo faustiano, mai soddisfatto, mai michelstaedterianamente
persuaso. Ecco dunque nascere la poesia lirica come la intendiamo oggi:
divenuto misura di ogni cosa, il poeta ausculta e descrive minuziosamente
sé stesso e i propri sentimenti. Politicamente e socialmente ciò
corrisponde ad epoche di sfrenata hybris : si pensi all'Atene di Pericle,
alla Roma di Augusto, o a Firenze nel Rinascimento ed alle rispettive fioriture
letterarie. Ma l'ipertrofia egoica finisce presto per rivelare i suoi limiti:
gli spiriti più sensibili avvertono che dietro le apparenze più
solide, virili, avide di vita, si nasconde il nulla.
Inoltre, un'arte il cui scopo fosse esclusivamente
quello di immortalare squisite sensazioni soltanto individuali, irripetibili,
sarebbe del tutto incomprensibile per chiunque, tranne che per il suo autore,
proprio perché tali sensazioni sono incomunicabili, a causa della
loro assoluta singolarità e in quanto legate all'esperienza dell'individuo,
questa incidentale combinazione di pulsioni contraddittorie.
A questo punto, lo scrittore si rifugia nel culto
della forma, nella ricerca dell'originalità ad ogni costo, nell'alessandrinismo:
i valori individuali, che a suo tempo avevano rappresentato una grande
conquista, una liberazione da schemi superati, si isteriliscono in giochi
di parole, in sperimentalismi e tecnopegnia.
Tale, probabilmente, l'origine di tutte le avanguardie,
come possiamo ancora oggi rintracciarla - ad esempio - nell'Antologia Palatina,
silloge che prelude alla fine di un mondo; finché, in tempi nuovamente
aurorali, tornano a farsi sentire i temi ferrigni dell'epopea, con i loro
valori assoluti e le certezze: torna la Chanson de Roland, il Dighenìs
Akrìtas, il Beowulf; riappare un Dante.
Oggi siamo di nuovo al punto in cui l'idolatria
nei confronti dell'Io rende impossibile credere in qualsiasi valore che
non sia l'Io stesso, per quanto quest'ultimo - nell'uomo moderno - appaia
scisso e traumatizzato, anzi forse proprio in ragione della sua sempre
maggiore insicurezza di fondo; sul terreno già reso favorevole dall'illuminismo
settecentesco e dall'idealismo classico, il ventesimo secolo ha innestato
i suoi fermenti nichilistici ed è veramente curioso constatare come
tutti gli indirizzi di pensiero che avevano a fondamento l'orgogliosa affermazione
della supremazia dello spirito, o della ragione umana, abbiano finito per
capitolare di fronte alla brutalità del dato di fatto, assunto una
volta per tutte come irredimibile, prigioniero della sua opaca materialità.
Non ad altro che ad una resa, infatti, ci conducono
la scienza positiva ed i suoi corollari: il marxismo, lo storicismo, lo
strutturalismo, la psicoanalisi, che hanno preteso di generalizzare, estendendole
a tutti i tempi e paesi, le verità valide unicamente per un particolare
tipo d'uomo: l'intellettuale borghese otto/novecentesco. Schiavo delle
proprie pulsioni inconsce, oppure risultanza di processi storici, o condizionato
dalle strutture economiche e sociali, il faber suæ fortunæ
è ormai solo una marionetta. Non meno assurda, d'altronde, appare
la posizione di chi nega qualsiasi libertà all'Io (leggi: esistenzialisti),
con ciò dimostrando di essere affetto da un'ossessione egoica analoga
a quella dei suoi contemporanei, come se davvero, fuori dagli abissi dell'inconscio
e dall'orticello della coscienza ordinaria, nulla esistesse.
Un mondo caotico come il nostro quale letteratura
può esprimere? Nel mondo dove Dio è morto, chi si avvicinerà
alla parola ultima ed impossibile? Non certo le forme pure e compiute dell'epica,
né il neoclassicismo, con le sue effusioni bene ordinate, espresse
razionalmente, come se il mondo avesse ancora un senso e un centro rintracciabili,
né il pathos romantico, con la sua anarchica esaltazione dei sentimenti
individuali, né il realismo, o naturalismo, che postula realtà
oggettive là, dove - ancora una volta - non sono se non innumerevoli
dislocazioni, o travestimenti, dell'Io. La nostra epoca può certo
essere ben rappresentata dallo sperimentalismo dell'avanguardia, o neoavanguardia,
che con la sua pluralità di linguaggi, di codici e di tecniche,
esprime proprio quella mancanza di valori assoluti, che è tipica
dei nostri tempi. E tuttavia, chi si accoda agli sperimentalisti potrà
solo ribadire ancora una volta l'unico concetto sia in grado di comunicare:
che non è rimasto alcunché da dire e che l'Io tanto orgoglioso
del poeta lirico non esiste affatto. Ciò può bastare solo
se all'arte si attribuisce un mero compito di testimonianza, ma bisognerà
pure che qualcuno conservi il ricordo di un'altra possibile via.
La parola autentica della poesia non viene mai
pronunciata, ma si manifesta nel chiuso della coscienza, inaccessibile
a qualsivoglia linguaggio; unica voce che possa, con qualche approssimazione,
osare di proferirla è quella di una Maschera, di una persona, in
cui l'Io coincida con il Noi, integrata in un sistema superiore di valori
e libera dai condizionamenti individuali.
Ad esempio, il monaco del monte Athos (2*), che
si prepara a dipingere un'icona secondo determinate regole, con digiuni
e preghiere, e magari unendo ai colori acqua benedetta e polvere di reliquie,
non realizza l'opera ubbidendo al proprio capriccio personale, né
al gusto del pubblico, ma segue disposizioni antichissime, che rispecchiano
realtà spirituali; egli si identifica con una verità che
è collettiva, ma anche superiore all'umano.
Al contrario, l'artista che si propone di immedesimarsi
in una realtà collettiva, che non sia rischiarata dalla sapienza,
scenderà facilmente nel subpersonale e nell'infraumano.
Come si colloca la letteratura della lingua minoritaria,
in tale contesto? In una importante posizione, se è vero che la
lingua locale rappresenta il momento in cui una comunità saldamente
costituita riconosce sé stessa e si distingue da tutte le altre.
Ultimo parziale vestigio di un mondo in cui Tempo e Storia avevano scopo
e direzione ben precisi e nel quale una comunità non era una casuale
aggregazione di individui, ma un organismo vivente dove nessun componente
era fuori posto, il dialetto può forse ancora conferire un valore
all'assenza di valori. Proprio nell'antica lingua morente, più che
nell'idioma ufficiale ormai cosmopolita e devitalizzato, si occulta e si
palesa quel poco, pochissimo, che si può salvare di una civiltà.
Non penso quindi che sia un caso se oggi, in molti
autori dialettali, una lingua antica convive con tecniche e contenuti modernissimi.
È ciò che epocalmente - ma anche umanamente, esitenzialmente
- si rende necessario: cercare di far convergere passato e futuro in un
eterno presente.
Vera e propria cronomachia, tentativo di sfuggire
alle pastoie del tempo e alle fisime dei tempi, all'irrealismo e al nichilismo
del pensiero moderno, la letteratura dialettale dovrebbe condividere la
critica corrosiva che l'avanguardia muove alla rappresentabilità
del mondo e al ruolo del poeta, ma - allo stesso tempo - affermare che,
a certe condizioni - esiste ancora la possibilità che la parola
abbia un senso, sia pure minimo e remoto.
Qui si tratta, infatti, di fungere coscientemente
da tramite per coloro che verranno, di superare il medioesvo prossimo venturo,
per arrivare a riproporre, sotto nuovi cieli e nuova terra, alcuni valori
fondamentali. Ad esempio, quelli della ligusticità, i quali, volendo
risalirne all'origine, si possono facilmente ricondurre ad uno solo: l'essenzialità,
l'ostilità verso il superfluo, il ne quid nimis. Guarda caso, si
tratta proprio di uno dei concetti cardine del mondo classico e della sapienza
apollinea. Quest'ultima, quando non sia vista attraverso le deformazioni
e i bamboleggiamenti del classicismo, ci insegna infatti che il Dio dall'arco
d'oro è un dio crudele e richiede di sopprimere in noi tutto ciò
che non sia strettamente necessario, di ridurre la nostra individualità
ai minimi termini al fine di oltrepassare l'abisso e di sopravvivere.
Forse proprio contando su quanto gli è
rimasto di più essenziale, la parola, simile alle ali del cigno
- simbolo apollineo che figura nella sua più arcaica mitologia,
il mondo ligure può varcare le porte del tempo, come già
nella remota migrazione che ci portò - si sussurra (3*) - sulle
coste mediterranee fin dal mare del Nord, dal paese di quegli Iperborei
che non possono essere raggiunti né a piedi, né sopra naviglio
(4*) e che, stando a quanto dicono i Versi Arimaspei, con una definizione
che enigmaticamente sembrerebbe ancora oggi attagliarsi allo spirito ligure,
svolgono un lavoro penoso: hanno gli occhi nelle stelle e l'anima nel mare.
(5*)
(1*) Massimo Cacciari - Geofilosofia dell'Europa
- Milano, 1994
(2*) Frithjof Schuon - De l'unité trascendante
des religions -
(3*) Teofilo Ossian De Negri - Storia di Genova
- Milano, 1974
(4*) Pindaro - Pitica X
(5*) Pseudo-Longino - Del sublime, 10-4