È uscito nella collezione
“Etnalpi, poesie nei dialetti d’Italia,” il libro di Alessandro Guasoni
"Cantëgoe", poesie in genovese, con un saggio introduttivo di Francesco
Piga.
Guasoni, nato a Genova nel
1958, ha già pubblicato le sillogi di poesia L’òrto da madonnâ
(1981), L’ätra Zena (1992), A pòula e a lunn-a (1997), Carte
da zuego (2003); e ha scelto di scrivere in dialetto genovese per la sua
inattualità come “lingua del passato ancestrale di perdute generazioni,
un passato più sincero e reale (...) che testimonia bene la particolare
condizione sospesa dell’uomo moderno”.
Il dialetto è stato
l’unico codice che ha rappresentato per secoli la sola lingua d’uso in
Italia. Oggi invece non è più così: c’è da
diversi anni uno straordinario interesse, un’attenzione colta per i dialetti
e per la produzione poetica, a livello spesso raffinato. Non succede più
come per i cantastorie d’inizio del secolo passato e dei secoli precedenti
che, come gli antichi trovatori, giravano per case e paesi dicendo le loro
canzoni popolari, spesso improvvisate. I neodialettali hanno scelto, come
lingua della comunicazione letteraria, il dialetto non sempre visto come
specchio del parlato popolare ma come lingua nuova, espressione della libera
scelta del poeta.
È certo che il dialetto
non è l’unica lingua della poesia, ma è l’unica indispensabile
per dire immagini, sensazioni, oggetti e cose di impasto “popolare”. Perché
per “raccontare” questi avvenimenti è rischioso, anche se
non impossibile, fare impiego della lingua-italiano, spesso lingua di plastica
e mummificata.
Le Cantëgoe del titolo
del libro di Guasoni erano “i canti di questua durante la novena dei morti
in Val Pocevera” (così l’autore in nota alla poesia Cantëgoa
di breganti: Òua che i fueghi d’ötuno s’açéndan
da rente a-e maxëe, / ombre into vento a-e croxëe zà s’arrecampa
i breganti: // Cantilena dei briganti: Ora che i fuochi d’autunno si accendono
presso i muri a secco, / ombre nel vento ai crocicchi già si adunano
i briganti:”).
Osserva Piga come il poeta
non si arrenda “di fronte al buio della morte che incalza, al vortice delle
acque che spingono inesorabilmente verso crepacci di buio e di gelo gli
uomini ormai ombra”; e per le cantëoge evoca l’Isola dei morti di
Böcklin (l’acqua attraversata dalla bara che galleggia e affiora a
Berlino, qualche cipresso, due leoni scavati nella pietra) dove è
presente “un’ombra grigia tra simboli di pietra”.
Il dialetto della Zena di
Guasoni, di difficile comprensione, è irto e spigoloso nella lettura
e richiede l’indispensabile traduzione a fondo pagina che permette di capire
come O ballerin da corda altri non sia che Il funambolo:”O ballerin o va
avanti e in derrê / in sciô cäo teiso / e, à fâlo
moî, ò vive e nuâ in çê, / o l’é
o seu peiso // Il funambolo va avanti e indietro / sul filo teso
/ e, a farlo morire, o vivere in cielo, / è il suo stesso peso”.
L’immagine vivace di un uomo che nuota nel cielo con passo di danza può
essere sintetizzata solamente con l’espressione idiomatica che dà
il titolo alla poesia, piuttosto che con la parola “funambolo”.
Nella memoria dell’autore
A casa giana si colloca vicino alla Casa dei doganieri di Montale e alla
casa gialla a Arles, dove Van Gogh ospitò Gauguin nel 1988, ma è
di esclusiva “proprietà” del poeta, che chiede “Aspëtime lasciù,
darrente a-a casa / giana co-a fronte incoronâ da-i anni, / comme
moae vegni, in sce l’allëa de tiggi, // Aspettami lassù, presso
la casa / gialla, dalla fronte incoronata dagli anni / come madre vieni,
sul viale di tigli,”.
Esemplare, in questo libro
di intenso e drammatico lirismo, la rappresentazione che l’autore fa del
poeta, cieco come Tiresia e Omero: Comm’orbo a-o canto chi barbotta versci
/ Come cieco all’angolo che balbetta versi; che sembra in attesa “fiduciosa”
(anche se sgomenta e quasi incomprensibile) di ciò che verrà.
Incomprensibile nella domanda che Guasoni si fa (e fa al lettore): “Perché
i poeti végnan vegi e meuan? // Perché i poeti diventano
vecchi e muoiono?”. La risposta - se esiste - è nei versi solari
di chiusura: “stan sciù a-a rozâ, perché nascià
o figgeu / che o giorno appreuvo o libeià sto mondo. // si levano
al mattino presto, perché nascerà il bimbo / che l’indomani
libererà questo mondo”. Anche se ciò fosse impossibile che
importa loro? I poeti coi visi sfatti “si sono trasformati in statue di
legno e il tarlo, / che dentro li rode , non lo sentono più”.