
Quando anni fa lessi per
la prima volta alcuni versi dell’oggi cinquantenne Alessandro Guasoni,
la mia reazione fu duplice, quasi antinomica.
Perché il mio giudizio
soffriva e soffre di una simile Spaltung?
Fino dal primissimo accostamento
a quella scrittura, ossia fin dal mio iniziarmi ad essa, mi fu evidente
che l’idea stessa di dialetto che le era intrinseca, risultava remotissima
dal modo in cui tentavo di osservare il medesimo mondo e di tradurlo in
parole.
Poi, a mano a mano che l’orizzonte
di Guasoni mi diveniva più familiare, mi apparve sempre più
determinante la funzione che egli assegnava all’ elemento paesistico, mai
completamente assente dai suoi versi. Era in fin dei conti la realtà
urbana di Genova, ma mi pareva una città assai diversa da quella
di cui avevo parlato.
Paesaggio urbano e paesaggio dell’anima.
Sono non pochi i casi in
cui le poesie di Guasoni muovono da una descrizione, seppure allusiva,
dei quartieri industriali di Genova ed hanno quale loro premessa la realtà
delle cosiddette «delegazioni del Ponente».
In quei versi però
le ciminiere e gli impianti portuali non paiono appartenere ad una dinamica
economica, ad un muoversi infinitesimale della storia, quindi ad una quotidianità
fabbrile, irta di problemi e ricca di tecniche, di progetti, di «razionalità»
tentate e più spesso sconfitte.
Prendiamo una delle poesie
più interessanti fra quelle incluse in "Cantëgoe" (Prova d'Autore,
2005). Si intitola Tutte e ramme di ærboi e si trova a pagina 61:
Tutte e ramme di ærboi
en despuggiæ , unna candeia
a s’asmòrta, into
paise de longo ciù piccin
negòu
into fumme
de legne, de çiminëe
de fabbriche ch’ëan zà vege
çent’anni fa
o pestissâ di
pê inta neive, a meua do franzòu
ferma
L’ombra d’o campanin à
mezogiorno
verso scistemi
poscìbili de equaçioin
un òmmo o fäva
un segno
un gatto o giandonava in
sce’nna muägia
inte l’ostaia da-a vexin,
a zoena ch’a fäva o
caffè a tiava di bägi
a-a cæita
’na macchina a l’à
misso sotta un figgeu ch’o zugava
e a l’à
tiòu drïto
(Tutti i rami degli alberi sono spogli, una candela / si spegne, nel paese sempre più piccolo / soffocato nel fumo / della legna, delle ciminiere di fabbriche che erano già vecchie cent’anni fa / lo scalpiccio dei piedi nella neve, la macina del frantoio / ferma / L’ombra del campanile a mezzogiorno / verso sistemi possibili di equazioni / un uomo tracciò un segno/ un gatto gironzolava su di un muro/ nell’osteria vicina, / la ragazza che preparava il caffè sbadigliava / d’improvviso / una macchina ha investito un bambino che giocava e ha tirato diritto).
In quei versi ogni cosa è
sospesa, si tratti dei gesti più consueti e consunti, ripetuti in
un orizzonte che ignora il tempo storico (esiste solo quello ciclico, leggibile
sul campanile), o si tratti invece del paesaggio vetero-industriale, inscrivibile
di per sé in una precisa cronologia. Tutto, storia e anti-storia,
sembra in attesa di un evento minimo e tuttavia tremendo.
Perché lo spegnersi
di una vita (un interrompersi precoce, subitaneo, violento) vale pur sempre
a incrinare un lento logorarsi e dissolversi. Rende finalmente discontinua
l’opacità e la stagnazione di una esistenza collettiva, si contrappone
a una morte divenuta abitudine, a uno scivolamento quotidiano, insensibile,
nel nulla, ormai declinato al plurale.
Altre volte le fabbriche
e i moli paiono fondersi con gli elementi pre-umani (nuvole, vento, mare)
e far corpo con essi. Ogni elemento storico-sociale è così
riassorbito da una «natura naturata» che appare dolorosa ed
immobile, mentre il coacervo dei dati esterni, sensoriali, si trasforma
facilmente in una landa interiore, in un paesaggio dell’anima, in una geografia
dell’«io», in cui tutto è filtrato, elaborato, assimilato
dalla coscienza e ci viene poi restituito alla stregua di una vicenda intima,
di una esperienza prevalentemente introspettiva.
Fiorenzo Toso, Francesco
Piga e lo stesso Guasoni in qualche sua intervista, hanno citato
Campana ed Eliot, Montale e Tolkien, Kavafis e Borges, nonché talune
affinità con il pensiero vedantico (restando esclusa, aggiungerei
io, qualsiasi concessione allo shivaismo).
E’ indubbio che l’astoricità
del paesaggio, l’«ossificazione» del dato naturale, il
mai allentato intervento dell’homo interior sulle stimolazioni provenienti
dai sensi, siano i caratteri che collegano l’opera di Guasoni alla più
tipica (e più illustre) lirica del ’900.
Sono anche(purtroppo) gli
elementi che avverto più remoti dalla mia maniera di sentire.
La lingua di Guasoni.
Che cosa poteva dunque affascinarmi,
che cosa mi affascina tuttora in quel tipo di scrittura?
A pagina 15 della sua introduzione
Piga ci dice che «la bravura di Guasoni non è soltanto nel
ricostruire un dialetto tutto suo e nella perizia metrica, è anche
nel valersi di una vasta ed eterogenea area culturale».
Condivido il giudizio, ma
ne capovolgerei risolutamente l’ordine gerarchico. Non perché ignori
la vastità di letture che è confluita nell’esperienza poetica
di Guasoni: ché anzi azzarderei per lui una analogia con quei pionieri
del neo-dialettismo (Pacòt e la Martinet a nord-ovest, Pasolini
a nord-est) per i quali era spontaneo congiungere in un solo culto l’antica
poesia romanza, il Simbolismo e il Félibrige.
E’ vero tuttavia che due
cose mi attraggono in modo speciale nel nostro autore: l’operazione compiuta
sul piano strettamente linguistico ed il forte senso costruttivo che traspare
non poche volte dalla sua versificazione.
Mi sembra infatti che il
possesso di un background più o meno vasto (non dico pari
a quello di Guasoni) vada considerata una condizione indispensabile per
chi voglia introdurre nei nostri dialetti gli stilemi e i temi (convenientemente
eterei) della lirica novecentesca, sia essa italiana o straniera, unendovi
magari qualche briciola della riflessione (filosofica, sociologica ecc.)
sviluppatasi durante il secolo xx.
L’ambizione sottesa da simili
tentativi, richiede di per sé una certa varietà di riferimenti
e di modelli e non è dunque strano che il singolo poeta mostri un
intreccio di interessi e di influssi.
Può certamente accadere
che a qualche autore neodialettale manchi una sufficiente formazione, visto
che non ha potuto (o voluto) percorrere un regolare curriculum. Ma
in tale caso cercherà di supplire mediante letture onnivore, seppur
necessariamente rapsodiche, e s’affiderà a curiosità esercitate
in molte direzioni, a furori degni dell’Uomo finito papiniano.
Ciò di cui continuerà
ad essere privo quell’uomo, sarà un’adeguata consapevolezza storica
riguardante il mezzo linguistico usato e sarà una solida abilità
artigiana, una souplesse nell’affrontare la metrica e le tecniche retoriche,
un senso non soltanto intuitivo del ritmo e della tessitura fonica.
Proprio per questo mi interessa
ritrovare in Guasoni qualcosa di quel che manca a tanti cultori della lirica
neodialettale.
Per la maggior parte di
loro le parlate regionali o cittadine (in modo sovraeminente quella in
cui ciascuno di volta in volta si esprime) paiono vivere entro un’aura
mitica. E’ la lingua dell’infanzia e del ricordo, è il retaggio
delle madri e delle nutrici, l’eden di una purezza perduta (quasi sempre
fatta coincidere coi buoi, con le stagioni e con la fatica degli altri).
Sembra si tratti di
un pre-linguaggio, di un logos non ancora divenuto tale e colto perciò
dal poeta allo stato nascente… Un idioma mai messo sulla carta prima di
adesso.
In esso pare che traluca
e balugini un che d’infinito, di ineffabile, di assoluto.
Siamo con ciò abbastanza
lontani dal paziente ordito archeologico cui si dà il nostro autore.
Se esaminiamo con cura il
filone che si diparte da Giotti e da Marin, se ci soffermiamo in particolare
sui poeti neo-dialettali del Secondo Novecento, ci imbattiamo anzitutto
in una messe di figure, di riferimenti e di immagini, lontanissimi tutti
dal parlare dialettale d’ogni giorno.
E’ lo stigma di chiunque
abbia inteso «nobilitare» un qualche dialetto e, ad esser sinceri,
lo si ritrova abbastanza spesso anche in Guasoni.
Sul piano fonetico e morfologico
è evidente che molti autori preferiscono gli esiti meno difformi
da quelli toscani, o si allineano a quei processi che vanno modificando
gli sviluppi subiti localmente da un termine latino o da uno germanico,
a quelle regolarizzazioni che li rendono poco distanti dalle forme della
lingua dotta e che in certo modo minimizzano lo scarto.
Inoltre lo word order acquista
in più di un caso l’artificiosità dei costrutti aulici (nel
momento che i basi fermemo diceva ad es. Noventa) ed è frequente,
anche in Guasoni, l’invertirsi di posizioni fra l’attributo e il sostantivo
che ne è determinato (l’aggettivo precede allora il nome e si parla
ad es. di lontane sponde, ciò che mai oserebbe dire il comune parlante).
Quanto al lessico, abbondano
gli imprestiti dalla lingua nazionale, siano essi nomi comuni o, più
spesso, verbi ed aggettivi apro a caso Firpo; precipita, svanisce, lucido,
avido, solitario…). A volte frasi intere tradiscono la loro origine non
dialettale. Mi rifaccio ancora a Firpo: “se polverizza in te l’aia / i
ultimi accordi do giorno / Chi l’è che versa quest’onda / de pastorali
campann-e? “
Non mancano neppure i nomi
astratti, veri calchi dall’italiano, secondo un vezzo che è tipico
di Marin, e che si estende però a molti altri autori.
Poi, di contro a quello
sfondo italianizzante, si staglia, ad un tratto, la gemma autoctona, il
vocabolo prezioso perché incolto, qualcosa di insostituibile e di
tesoreggiato con cura maniacale.
Ci si offre cioè
la parola presso che intraducibile, il termine desueto, confinato oramai
alla sola cerchia familiare, l’espressione rubata alle conversazioni del
contado e alle osterie urbane: esattamente come può accadere che
in un salotto moderno sia esibito il mobile antico o il cimelio esotico.
Mi pare che l’originalità
di Guasoni stia nell’avere condiviso il medesimo indirizzo poetico dei
neo-dialettali, dimostrando però una ben diversa autocoscienza linguistica,
sino ad offrirci non la parola o la forma rara, bensì un assetto
complessivo, una configurazione diacronica del dialetto, anteriore all’uso
attuale. Per far questo la sua attenzione si è concentrata sui dati
fonetici e morfologici, ben più che sul lessico.
Penso sia difficile trovare
delle soluzioni altrettanto rigorose in testi che non siano pure esercitazioni
di lingua e che tendano invece a conseguire risultati espressivi non banali.
A legger Guasoni, ci si
accorgerà, per fare un esempio, che l’imperfetto alla terza persona
singolare termina solitamente in -eia anziché in -eiva (io scriverei
addirittura -eija per fare sentire i due dittonghi successivi).
O avverrà che il
nostro autore non se la senta di rinunciare alle valenze metaforiche di
una pietra come lo smeraldo (dunque al cielo smeraldino e a cose del genere)
e però, fedele alle sue regole, dia cittadinanza al vocabolo
solo nella forma smeädo, quella che esso assunse, nel passaggio dal
toscano illustre al genovese. Una assimilazione , sia chiaro,ottenuta mediante
un non esiguo tributo: che fu la caduta delle due liquide e il formarsi
di uno iato nel bel mezzo della parola.
E’ quasi certo infatti che,
se il vocabolo ci fosse giunto direttamente dal latino volgare SMARAUDU(M),
il percorso sarebbe stato SMARAUDU> SMArAUDU> SMAUDU (dove il segno r indica
la flapped ar degli inglesi e dei sanremaschi).
Guasoni accetta in definitiva
taluni italianismi, purché d’antan, e sempre che siano stati previamente
assoggettati alle leggi fonetiche dei dialetti liguri.
Credo che sarebbe giusto
(forse doveroso) dedicare una tesi di laurea, o di dottorato, alla lingua
di questo poeta: la quale ha forse i tratti di un idioma esoterico, o di
uno strumento adatto alle intese inter-galattiche, e però testimonia
una consapevolezza,una perizia, una assiduità paziente, qual è
dato ritrovare solo in certi intagliatori di legni (o di parole).
Sarà una mia deformazione,
forse sarà una deviazione freudiana, ancor meno accettabile che
la pedofilia dei vecchi: fatto si è che quest’aspetto di Guasoni
mi pare assai più importante che il suo avere assimilato la lezione
della lirica neogreca o l’essere rimasto aperto agli influssi e alle suggestioni
di Shànkara e della Gitâ.
Guasoni e la metrica.
Parlando della metrica di
un qualunque autore dialettale, non si può dimenticare un mutamento,
meglio: un ribaltamento, avvenuto durante il secolo scorso.
All’inizio del Novecento
coloro che scrivevano in dialetto, erano in prevalenza umanisti di provincia
(medici, avvocati,bibliotecari, insegnanti), gente abituata fin dal ginnasio
ad affrontare esercitazioni metriche e prosodiche, come pure a tentare
poesie di occasione.
I loro modelli erano univoci
e consolidati: i classici latini (specialmente Orazio), il Carducci in
rima e talora quello barbaro, il Pascoli di Castelvecchio ecc.
Erano persone remotissime
dalle avanguardie, quasi antitetiche ad esse, e pensavano che la poesia
in dialetto, immune da qualunque sperimentazione del nuovo e da qualsiasi
futurismo, dovesse essere la più obbediente alle regole antiche
ed anche la più cantabile.
Il carattere conservatore
proprio di tali esperienze spiega in che modo una forma come il sonetto
sia potuta sopravvivere nelle letterature locali (soprattutto nel romanesco)
assai più a lungo che nella poesia in lingua.
Più tardi tutto si
è capovolto: gli autori ora si incielavano, imitavano Rimbaud o
Blok, discutevano magari di Marx e di Heidegger, ma avevano gettato irrevocabilmente
alle ortiche la Regia Parnassi.
La conseguenza è
che buona parte dei dialettali di oggi non possiede se non una scarsa dimestichezza
con le strutture tramandateci dai secoli passati.
Siamo tutti convinti che
per fare della buona pittura astratta sia necessario possedere una solida
formazione figurativa. Similmente il maneggiare versificazioni libere
e quasi accidentali (almeno per come appariranno al lettore) suppone una
non breve consuetudine con la metrica della tradizione.
L’aspetto che mi impressionò
maggiormente al primo contatto coi testi di Guasoni, fu proprio la sua
sicurezza costruttiva. Già allora egli usava raramente i metri tradizionali,
ma si intuiva che aveva acquisito precocemente (fin dagli anni del liceo)
una notevole padronanza di tali tecniche.
Nell’ambito cittadino
solo due personaggi degli Anni Trenta, Mario Angeloni e Costanzo Carbone,
sembravano aver posseduto un simile dominio dei ritmi e della composizione.
Purtroppo Carbone aveva impiegato la sua abilità di artigiano nello
scrivere canzonette nostalgiche e Angeloni l’aveva posta al servizio
di narrazioni patriottiche consone ai miti del tempo ed alla sua fede politica.
Mi convinsi molto presto
che Guasoni fosse, nell’universo dei genovesi stanziali, la presenza letteraria
più sicura, la meno discutibile, e che lo fosse probabilmente sull’arco
dell’intera vicenda novecentesca.
Ho infatti la sensazione
che Firpo si presenti come più spontaneo e più ispirato e
che talune sue immagini siano in effetti molto belle. Tuttavia la mancanza
di mestiere e l’insufficienza della sua preparazione culturale, traducendosi
facilmente in false sublimità, hanno compromesso quasi sempre le
idee iniziali, i germi di poesia presenti nella sua opera e l’autore ha
così ceduto a quella voglia di far fino che tanto spesso nuoce ai
genovesi.
Ho parlato, non per un vezzo,
di «genovesi stanziali», giacché la vicenda letteraria
del Novecento ligure è, nel suo insieme, una storia di esilii e
di fughe,una lunga diaspora che va da Montale a Calvino ed oltre. ( Solo
Sanguineti è ritornato a Genova, ma dopo che la sua formazione si
era compiuta interamente altrove).
Liberty e post-moderno.
Nei primi anni del Novecento
la città di Genova conobbe una fase di illusorio benessere, connesso
allo sviluppo dell’industria metalmeccanica e ad una effimera egemonia
finanziaria.
Che tutto questo fosse poco
più che il «sogno di un valzer» fu presto dimostrato
dal bisogno compulsivo di commesse belliche e quindi da un interventismo
sostenuto dalle maggiori industrie locali. Ebbe inizio con ciò anche
il declino cittadino, la vicenda cronica di aziende manifatturiere sovradimensionate
per sostenere lo sforzo del dopo-Caporetto e prive di un futuro, una volta
intervenuto l’armistizio.
Di imprese, occorre
aggiungere, che, dieci anni più tardi, sarebbero state salvate mediante
la creazione dell’IRI e poi attraverso un susseguirsi di armamenti, di
guerre, di sempre nuove forniture e appalti, il cui esito sarebbe stato
disastroso per l’intero paese.
E’ vero però che,
prima e dopo la Grande Guerra, la fragile ascesa economica lasciò
numerose tracce nell’aspetto fisico della città. Fu un fiorire di
palazzi-pagoda, di palazzi- châlet, di torri neogotiche, di decorazioni
fitomorfe e zoomorfe, cui si accompagnò il delirio sepolcrale di
Staglieno, quella giungla di pietra che costituì per tanti anni
(prima dell’avvento dell’Acquario) l’unica meta ambita dai turisti.
La nuova sensibilità
estetica, incarnantesi nel gusto liberty, ebbe qualche valida espressione
in Liguria, ma quasi solo nella pittura e nella grafica. Fu l’opera di
alcuni artisti nativi della regione (come il grande Antonio Rubino) e fu
il contributo di artisti trasferitisi in qualche centro della Riviera (ad
es. Plinio Lomellini). Prevalse nondimeno il kitsch, specie nell’architettura,
anche per la rozzezza e per la presunzione di molti committenti.
Sul piano letterario non
mi pare si siano avuti nella regione capitoli memorabili ascrivibili al
gusto liberty.
Direi addirittura che la
traiettoria di Montale attesti, nelle sue espressioni meno felici, il percorso
di una sensibilità genuinamente liberty (non immemore di Pascoli
e di Gozzano), la quale scivola di frequente nel limbo del «floreale».
Le messaggere alate, il
piombo fuso, gli angeli di pece, i conviti in cui si è farcitori
o farciti (per non far menzione di quanto traspariva dalle recensioni scaligere),
attestano inequivocabilmente questa parabola. Paiono rievocare interni
e facciate di una certa Genova, appartenenti per lo più al quadrilatero
che dalle mura orientali, secentesche, si spinge sino a viale Brigata Liguria,
restando limitato ai due lati da via Maragliano e da via xx Settembre.
Un quartiere nato negli stessi anni degli Ossi, ma tale da ricordarci taluni
vezzi posteriori del poeta.
Tornando a Guasoni, ciò
che io scorgo in lui, è un genovese meno esposto a questi rischi,
qualcuno che, almeno per ora, sembra capace di ritrovare una autentica
sensibilità liberty, rivisitata in chiave post-moderna, senza mai
riattingere il «floreale».
Non so se saprà resistere
(e per quanto) alle seduzioni cui hanno fin qui soggiaciuto tanti suoi
concittadini. Ma, se saprà imitare i padri del deserto, quel medesimo
deserto avrà certamente ospitato un fiore solitario.