ROBERTO GIANNONI - Recensione a "Cantëgoe" -

Quando anni fa lessi per la prima volta alcuni versi dell’oggi cinquantenne Alessandro Guasoni, la mia reazione fu duplice, quasi antinomica.
Perché il mio giudizio soffriva e soffre di una simile Spaltung?
Fino dal primissimo accostamento  a quella scrittura, ossia fin dal mio iniziarmi ad essa, mi fu evidente che l’idea stessa di dialetto che le era intrinseca, risultava remotissima  dal modo in cui tentavo di osservare il medesimo mondo e di tradurlo in parole.
Poi, a mano a mano che l’orizzonte di Guasoni  mi diveniva più familiare, mi apparve sempre più determinante la funzione che egli assegnava all’ elemento paesistico, mai completamente assente dai suoi versi. Era in fin dei conti  la realtà urbana di Genova, ma mi pareva una città assai diversa da quella di cui avevo parlato.
 

Paesaggio urbano e  paesaggio dell’anima.

Sono non pochi i casi in cui le poesie di Guasoni muovono da una descrizione, seppure allusiva, dei quartieri industriali di Genova ed hanno quale loro premessa la realtà delle cosiddette «delegazioni del Ponente».
In quei versi però le ciminiere e gli impianti portuali non paiono appartenere ad una dinamica economica, ad un muoversi infinitesimale della storia, quindi ad una quotidianità fabbrile, irta di problemi e ricca di tecniche, di progetti, di «razionalità» tentate e più spesso sconfitte.
Prendiamo una delle poesie più interessanti fra quelle incluse in "Cantëgoe" (Prova d'Autore, 2005). Si intitola Tutte e ramme di ærboi e si trova a pagina 61:

Tutte e ramme di ærboi en despuggiæ , unna candeia
a s’asmòrta, into paise de longo ciù piccin
    negòu into fumme
de legne, de çiminëe de fabbriche ch’ëan zà vege
çent’anni fa
o pestissâ  di pê inta neive, a meua do franzòu
     ferma
L’ombra d’o campanin à mezogiorno
   verso scistemi poscìbili de equaçioin
un òmmo o fäva  un segno
un gatto o giandonava in sce’nna muägia
inte l’ostaia da-a vexin,
a zoena ch’a fäva o caffè a tiava di bägi
a-a cæita
’na macchina a l’à misso sotta un figgeu ch’o zugava
   e a l’à tiòu drïto

(Tutti i rami  degli alberi sono spogli, una candela / si spegne, nel paese sempre più piccolo / soffocato nel fumo / della legna, delle ciminiere di fabbriche che erano già vecchie cent’anni fa  / lo scalpiccio dei piedi nella neve, la macina del frantoio / ferma / L’ombra del campanile a mezzogiorno / verso sistemi possibili di equazioni / un uomo tracciò un segno/  un gatto gironzolava su di un muro/ nell’osteria vicina, / la ragazza che preparava il caffè sbadigliava / d’improvviso / una macchina ha investito un bambino che giocava e ha tirato diritto).

In quei versi ogni cosa è sospesa, si tratti dei gesti più consueti e consunti, ripetuti in un orizzonte che ignora il tempo storico (esiste solo quello ciclico, leggibile sul campanile), o si tratti invece del paesaggio vetero-industriale, inscrivibile di per sé in una precisa cronologia. Tutto, storia e anti-storia, sembra in attesa di un evento minimo e tuttavia tremendo.
Perché lo spegnersi di una vita (un interrompersi precoce, subitaneo, violento) vale pur sempre a incrinare un lento logorarsi e dissolversi. Rende finalmente discontinua l’opacità e la stagnazione di una esistenza collettiva, si contrappone a una morte divenuta abitudine, a uno scivolamento quotidiano, insensibile, nel nulla, ormai declinato al plurale.
Altre volte le fabbriche e i moli paiono fondersi con gli elementi pre-umani (nuvole, vento, mare) e far corpo con essi. Ogni elemento storico-sociale è così riassorbito da una «natura naturata» che appare dolorosa ed immobile, mentre il coacervo  dei dati esterni, sensoriali, si trasforma facilmente in una landa interiore, in un paesaggio dell’anima, in una geografia dell’«io», in cui tutto è filtrato, elaborato, assimilato dalla coscienza e ci viene poi restituito alla stregua di una vicenda intima, di una esperienza prevalentemente introspettiva.
Fiorenzo Toso, Francesco Piga  e lo stesso Guasoni in qualche sua intervista, hanno citato Campana ed Eliot, Montale e Tolkien, Kavafis e Borges, nonché talune affinità con il pensiero vedantico (restando esclusa, aggiungerei io, qualsiasi concessione allo shivaismo).
E’ indubbio che l’astoricità del paesaggio, l’«ossificazione» del dato naturale,  il mai allentato intervento dell’homo interior sulle stimolazioni provenienti dai sensi, siano i caratteri che collegano l’opera di Guasoni alla più tipica (e più illustre) lirica del ’900.
Sono anche(purtroppo) gli elementi che avverto più remoti dalla mia maniera di sentire.
 

La lingua di Guasoni.

Che cosa poteva dunque affascinarmi, che cosa mi affascina tuttora in quel tipo di scrittura?
A pagina 15 della sua introduzione Piga ci dice che «la bravura di Guasoni non è soltanto nel ricostruire un dialetto tutto suo e nella perizia metrica, è anche nel valersi di una vasta ed eterogenea area culturale».
Condivido il giudizio, ma ne capovolgerei risolutamente l’ordine gerarchico. Non perché ignori la vastità di letture che è confluita nell’esperienza poetica di Guasoni: ché anzi azzarderei per lui una analogia con quei pionieri del neo-dialettismo (Pacòt e la Martinet a nord-ovest, Pasolini a nord-est) per i quali era spontaneo congiungere in un solo culto l’antica poesia romanza, il Simbolismo e il Félibrige.
E’ vero tuttavia che due cose mi attraggono in modo speciale nel nostro autore: l’operazione compiuta sul piano strettamente linguistico ed il forte senso costruttivo che traspare non poche volte dalla sua versificazione.
Mi sembra infatti che il possesso di un background  più o meno vasto (non dico pari a quello di Guasoni) vada considerata una condizione indispensabile per chi voglia introdurre nei nostri dialetti gli stilemi e i temi (convenientemente eterei) della lirica novecentesca, sia essa italiana o straniera, unendovi magari qualche briciola della riflessione (filosofica, sociologica ecc.) sviluppatasi durante il secolo xx.
L’ambizione sottesa da simili tentativi, richiede di per sé una certa varietà di riferimenti e di modelli e non è dunque strano che il singolo poeta mostri un intreccio di interessi e di influssi.
Può certamente accadere che a qualche autore neodialettale manchi una sufficiente formazione, visto che non ha potuto (o voluto) percorrere un regolare curriculum.  Ma in tale caso cercherà di supplire mediante letture onnivore, seppur necessariamente rapsodiche, e s’affiderà a curiosità esercitate in molte direzioni, a furori degni dell’Uomo finito papiniano.
Ciò di cui continuerà ad essere privo quell’uomo, sarà un’adeguata consapevolezza storica riguardante il mezzo linguistico usato e sarà una solida abilità artigiana, una souplesse nell’affrontare la metrica e le tecniche retoriche, un senso non soltanto intuitivo del ritmo e della tessitura fonica.
Proprio per questo mi interessa ritrovare in Guasoni qualcosa di quel che manca a tanti cultori della lirica neodialettale.
Per la maggior parte di loro le parlate regionali o cittadine (in modo sovraeminente quella in cui ciascuno di volta in volta si esprime) paiono vivere entro un’aura mitica. E’ la lingua dell’infanzia e del ricordo, è il retaggio delle madri e delle nutrici, l’eden di una purezza perduta (quasi sempre fatta coincidere coi buoi, con le stagioni e con la fatica degli altri).
 Sembra si tratti di un pre-linguaggio, di un logos non ancora divenuto tale e colto perciò dal poeta allo stato nascente… Un idioma mai messo sulla carta prima di adesso.
In esso pare che traluca e balugini un che d’infinito, di ineffabile, di assoluto.
Siamo con ciò abbastanza lontani dal paziente ordito archeologico cui si dà il nostro autore.
Se esaminiamo con cura il filone che si diparte da Giotti e da Marin, se ci soffermiamo in particolare sui poeti neo-dialettali del Secondo Novecento, ci imbattiamo anzitutto in una messe di figure, di riferimenti e di immagini, lontanissimi tutti dal parlare dialettale d’ogni giorno.
E’ lo stigma di chiunque abbia inteso «nobilitare» un qualche dialetto e, ad esser sinceri, lo si ritrova abbastanza spesso anche in Guasoni.
Sul piano fonetico e morfologico è evidente che molti autori preferiscono gli esiti meno difformi da quelli toscani, o si allineano a quei processi che vanno modificando gli sviluppi subiti localmente da un termine latino o da uno germanico, a quelle regolarizzazioni che li rendono poco distanti dalle forme della lingua dotta e che in certo modo minimizzano lo scarto.
Inoltre lo word order acquista in più di un caso l’artificiosità dei costrutti aulici (nel momento che i basi fermemo diceva ad es. Noventa) ed è frequente, anche in Guasoni, l’invertirsi di posizioni fra l’attributo e il sostantivo che ne è determinato (l’aggettivo precede allora il nome e si parla ad es. di lontane sponde, ciò che mai oserebbe dire il comune parlante).
Quanto al lessico, abbondano gli imprestiti dalla lingua nazionale, siano essi nomi comuni o, più spesso, verbi ed aggettivi apro a caso Firpo; precipita, svanisce, lucido, avido, solitario…). A volte frasi intere tradiscono la loro origine non dialettale. Mi rifaccio ancora a Firpo: “se polverizza in te l’aia / i ultimi accordi do giorno / Chi l’è che versa quest’onda / de pastorali campann-e? “
Non mancano neppure i nomi astratti, veri calchi dall’italiano, secondo un vezzo che è tipico di Marin, e che si estende però a molti altri autori.
Poi, di contro a quello sfondo italianizzante, si staglia, ad un tratto, la gemma autoctona, il vocabolo prezioso perché incolto, qualcosa di insostituibile e di tesoreggiato con cura maniacale.
Ci si offre cioè la parola presso che intraducibile, il termine desueto, confinato oramai alla sola cerchia familiare, l’espressione rubata alle conversazioni del contado e alle osterie urbane: esattamente come può accadere che in un salotto moderno sia esibito il mobile antico o il cimelio esotico.
Mi pare che l’originalità di Guasoni stia nell’avere condiviso il medesimo indirizzo poetico dei neo-dialettali, dimostrando però una ben diversa autocoscienza linguistica, sino ad offrirci non la parola o la forma rara, bensì un assetto complessivo, una configurazione diacronica del dialetto, anteriore all’uso attuale. Per far questo la sua attenzione si è concentrata sui dati fonetici e morfologici, ben più che sul lessico.
Penso sia difficile trovare delle soluzioni altrettanto rigorose in testi che non siano pure esercitazioni di lingua e che tendano invece a conseguire risultati espressivi non banali.
A legger Guasoni, ci si accorgerà, per fare un esempio, che l’imperfetto alla terza persona singolare termina solitamente in -eia anziché in -eiva (io scriverei addirittura -eija per fare sentire i due dittonghi successivi).
O avverrà che il nostro autore non se la senta di rinunciare alle valenze metaforiche di una pietra come lo smeraldo (dunque al cielo smeraldino e a cose del genere) e però, fedele alle sue regole, dia cittadinanza  al vocabolo solo nella forma smeädo, quella che esso assunse, nel passaggio dal toscano illustre al genovese. Una assimilazione , sia chiaro,ottenuta mediante un non esiguo tributo: che fu la caduta delle due liquide e il formarsi di uno iato nel bel mezzo della parola.
E’ quasi certo infatti che, se il vocabolo ci fosse giunto direttamente dal latino volgare SMARAUDU(M), il percorso sarebbe stato SMARAUDU> SMArAUDU> SMAUDU (dove il segno r indica la flapped ar degli inglesi e dei sanremaschi).
Guasoni accetta in definitiva taluni italianismi, purché d’antan, e sempre che siano stati previamente assoggettati alle leggi fonetiche dei dialetti liguri.
Credo che sarebbe giusto (forse doveroso) dedicare una tesi di laurea, o di dottorato, alla lingua di questo poeta: la quale ha forse i tratti di un idioma esoterico, o di uno strumento adatto alle intese inter-galattiche, e però testimonia una consapevolezza,una perizia, una assiduità paziente, qual è dato ritrovare solo in certi intagliatori di legni (o di parole).
Sarà una mia deformazione, forse sarà una deviazione freudiana, ancor meno accettabile che la pedofilia dei vecchi: fatto si è che quest’aspetto di Guasoni mi pare assai più importante che il suo avere assimilato la lezione della lirica neogreca o l’essere rimasto aperto agli influssi e alle suggestioni di Shànkara e della Gitâ.

Guasoni e la metrica.

Parlando della metrica di un qualunque autore dialettale, non si può dimenticare un mutamento, meglio: un ribaltamento, avvenuto durante il secolo scorso.
All’inizio del Novecento coloro che scrivevano in dialetto, erano in prevalenza umanisti di provincia (medici, avvocati,bibliotecari, insegnanti), gente abituata fin dal ginnasio ad affrontare esercitazioni metriche e prosodiche, come pure a tentare poesie di occasione.
I loro modelli erano univoci e consolidati: i classici latini (specialmente Orazio), il Carducci in rima e talora quello barbaro, il Pascoli di Castelvecchio ecc.
 Erano persone remotissime dalle avanguardie, quasi antitetiche ad esse, e pensavano che la poesia in dialetto, immune da qualunque sperimentazione del nuovo e da qualsiasi  futurismo, dovesse essere la più obbediente alle regole antiche ed anche la più cantabile.
Il carattere conservatore proprio di tali esperienze spiega in che modo una forma come il sonetto sia potuta sopravvivere nelle letterature locali (soprattutto nel romanesco) assai più a lungo che nella poesia in lingua.
Più tardi tutto si è capovolto: gli autori ora si incielavano, imitavano Rimbaud o Blok, discutevano magari di Marx e di Heidegger, ma avevano gettato irrevocabilmente alle ortiche la Regia Parnassi.
La conseguenza è che buona parte dei dialettali di oggi non possiede se non una scarsa dimestichezza con le strutture tramandateci dai secoli passati.
Siamo tutti convinti che per fare della buona pittura astratta sia necessario possedere una solida formazione figurativa. Similmente il maneggiare versificazioni  libere e quasi accidentali (almeno per come appariranno al lettore) suppone una non breve consuetudine con la metrica della tradizione.
L’aspetto che mi impressionò maggiormente al primo contatto coi testi di Guasoni, fu proprio la sua sicurezza costruttiva. Già allora egli usava raramente i metri tradizionali, ma si intuiva che aveva acquisito precocemente (fin dagli anni del liceo) una notevole padronanza di tali tecniche.
 Nell’ambito cittadino solo due personaggi degli Anni Trenta, Mario Angeloni e Costanzo Carbone, sembravano aver posseduto un simile dominio dei ritmi e della composizione. Purtroppo Carbone aveva impiegato la sua abilità di artigiano nello scrivere canzonette  nostalgiche e Angeloni l’aveva posta al servizio di narrazioni patriottiche consone ai miti del tempo ed alla sua fede politica.
Mi convinsi molto presto che Guasoni fosse, nell’universo dei genovesi stanziali, la presenza letteraria più sicura, la meno discutibile, e che lo fosse probabilmente sull’arco dell’intera vicenda novecentesca.
Ho infatti la sensazione che Firpo si presenti come più spontaneo e più ispirato e che talune sue immagini siano in effetti molto belle. Tuttavia la mancanza di mestiere e l’insufficienza della sua preparazione culturale, traducendosi facilmente in false sublimità, hanno compromesso quasi sempre le idee iniziali, i germi di poesia presenti nella sua opera e l’autore ha così ceduto a quella voglia di far fino che tanto spesso nuoce ai genovesi.
Ho parlato, non per un vezzo, di «genovesi stanziali»,  giacché la vicenda letteraria del Novecento ligure è, nel suo insieme, una storia di esilii e di fughe,una lunga diaspora che va da Montale a Calvino ed oltre. ( Solo Sanguineti è ritornato a Genova, ma dopo che la sua formazione si era compiuta interamente altrove).
 
 

Liberty e post-moderno.

Nei primi anni del Novecento la città di Genova conobbe una fase di illusorio benessere, connesso allo sviluppo dell’industria metalmeccanica e ad una effimera egemonia finanziaria.
Che tutto questo fosse poco più che il «sogno di un valzer» fu presto dimostrato dal bisogno compulsivo di commesse belliche e quindi da un interventismo sostenuto dalle maggiori industrie locali. Ebbe inizio con ciò anche il declino cittadino, la vicenda cronica di aziende manifatturiere sovradimensionate per sostenere lo sforzo del dopo-Caporetto e prive di un futuro, una volta intervenuto l’armistizio.
 Di imprese, occorre aggiungere, che, dieci anni più tardi, sarebbero state salvate mediante la creazione dell’IRI e poi attraverso un susseguirsi di armamenti, di guerre, di sempre nuove forniture e appalti, il cui esito sarebbe stato disastroso per l’intero paese.
E’ vero però che, prima e dopo la Grande Guerra, la fragile ascesa economica lasciò numerose tracce nell’aspetto fisico della città. Fu un fiorire di palazzi-pagoda, di palazzi- châlet, di torri neogotiche, di decorazioni fitomorfe e zoomorfe, cui si accompagnò il delirio sepolcrale di Staglieno, quella giungla di pietra che costituì per tanti anni (prima dell’avvento dell’Acquario) l’unica meta ambita dai turisti.
La nuova sensibilità estetica, incarnantesi nel gusto liberty, ebbe qualche valida espressione in Liguria, ma quasi solo nella pittura e nella grafica. Fu l’opera di alcuni artisti nativi della regione (come il grande Antonio Rubino) e fu il contributo di artisti trasferitisi in qualche centro della Riviera (ad es. Plinio Lomellini). Prevalse nondimeno il kitsch, specie nell’architettura, anche per la rozzezza e per la presunzione di molti committenti.
Sul piano letterario non mi pare si siano avuti nella regione capitoli memorabili ascrivibili al gusto liberty.
Direi addirittura che la traiettoria di Montale attesti, nelle sue espressioni meno felici, il percorso di una sensibilità genuinamente liberty (non immemore di Pascoli e di Gozzano), la quale scivola di frequente nel limbo del «floreale».
Le messaggere alate, il piombo fuso, gli angeli di pece, i conviti in cui si è farcitori o farciti (per non far menzione di quanto traspariva dalle recensioni scaligere), attestano inequivocabilmente questa parabola. Paiono rievocare interni e facciate di una certa Genova, appartenenti per lo più al quadrilatero che dalle mura orientali, secentesche, si spinge sino a viale Brigata Liguria, restando limitato ai due lati da via Maragliano e da via xx Settembre. Un quartiere nato negli stessi anni degli Ossi, ma tale da ricordarci taluni vezzi posteriori del poeta.
Tornando a Guasoni, ciò che io scorgo in lui, è un genovese meno esposto a questi rischi, qualcuno che, almeno per ora, sembra capace di ritrovare una autentica sensibilità liberty, rivisitata in chiave post-moderna, senza mai riattingere il «floreale».
Non so se saprà resistere (e per quanto) alle seduzioni cui hanno fin qui soggiaciuto tanti suoi concittadini. Ma, se saprà imitare i padri del deserto, quel medesimo deserto avrà certamente ospitato un fiore solitario.