Anselmo Roveda intervista Alessandro Guasoni (estratto da "In poche righe" Imperia, 15 marzo 2006)

Chi è Alessandro Guasoni, uomo e scrittore?
E chi può dire di conoscere veramente se stesso? Potrei definirmi un perenne liceale, sempre curioso di scoprire un punto di vista diverso da cui osservare il paesaggio o lo spirito di chi lo abita, poiché crede che dietro alle apparenze si nasconda una verità "altra", e che il mondo sia un grande libro cifrato in attesa di essere letto; sono uno che, nonostante l'ambiente molto smaliziato e anche distratto che ci circonda, si commuove a guardare i tetti di Genova al tramonto, o Capo Mele che svanisce nella nebbia della sera. Io sono uno che "cerca" incessantemente, umilmente, segretamente, geloso dei propri sentimenti e delle proprie opinioni, che gli sono costate fatica. Ho in antipatia il conformismo, il passivo accodarsi alle opinioni prevalenti, il genuflettersi di fronte ai maîtres à penser. Odio la prepotenza con cui si propugnano idee non meditate, ma solo orecchiate e che, se anche fossero giuste, per ciò stesso passano dalla parte del torto. La buonanima di Vito Elio Petrucci, con cui non andavo quasi mai d'accordo, ebbe una volta a definirmi un ribelle tranquillo. Penso che sia ancora adesso una definizione azzeccata.

Qual è il suo rapporto con la scrittura, cosa la spinge a scrivere?
Mi spinge a scrivere la ricerca della verità; la scrittura, produttrice di metafore, è essa stessa una metafora della vita, è un viaggio che compiamo prima di tutto in noi stessi. Sono persuaso che anche lo scrittore realista, naturalista, non faccia che esplorare la propria interiorità, proiettata sul mondo esterno. Tuttavia, trent'anni fa e più, quando ho iniziato a scrivere, avevo solamente l'intenzione di assicurare una certa durata ai suoni, alle parole, alle immagini della mia infanzia e della mia gente; non volevo dimenticare: senza rendermene bene conto, già allora scrivevo per vincere la paura della morte. Ho finito per dedicare tutta la mia esistenza al tentativo, certo utopistico, di tenere in vita i morti, attraverso la loro lingua, testimonianza della vita di perdute generazioni. Ma credo che le uniche battaglie che vale la pena di combattere siano quelle perdute in partenza.

Può raccontarci la sua Liguria: come entra nei testi e come informa l’immaginario dell’autore?
A dispetto delle premesse, la Liguria entra nei miei testi solo di sbieco; c'è il paesaggio come metafora, ma qualsiasi altro paesaggio potrebbe essere fonte di ispirazione; il messaggio della letteratura è necessariamente universale e una poesia valida in una lingua sola non è poesia. Tuttavia, in letteratura si compie un miracolo: un messaggio per sua natura rivolto a tutti può esprimersi soltanto per mezzo di quanto vi è di più legato ad uno spazio, ad un tempo e ad un popolo ben preciso: ossia per mezzo della lingua, e sarà tanto più efficace quanto più caratterizzato da quegli idiomatismi, che lo rendono unico. Il mio desiderio sarebbe di costruire una poesia totalmente astratta, di rigore matematico, ma perfettamente ligure nel linguaggio. Per quanto riguarda la narrativa, può esserci maggiore libertà di inventare, di cucire insieme realtà e mondi diversi; mi piace l'idea di far convergere idee lontane fra loro nella misconosciuta cultura di espressione ligure: la sua secolare vitalità può consentire ancora questo singolare equilibrio tra l'antico e il moderno, l'estremamente lontano e la più intima vicinanza.