Siamo di fronte ad
una poesia autenticamente dialettale perché ancorata ad una precisa
realtà locale, Genova e il suo entroterra, che diventa lo spazio
da percorrere per seguire la vita che si rifrange nel volto di tante persone
immerse nelle loro attività quotidiane, nel mutare del paesaggio
e delle stagioni, nelle cancellazioni portate dal tempo. La poesia dialettale
è sempre una meditazione ben radicata nel presente e consapevole
di quanto si è perso e si va continuamente perdendo ma non è
scomparso per sempre se riaffiora nello sguardo e nel ricordo, come l'immagine
del padre che, per far sentire la sua presenza, trova l'insolita figura
del cane che una volta aveva seguito il poeta da bambino, "ombra da
vitta, ombra da poexìa, / do poae (...) e un pò o m'avvarda
e un pò o me mette poìa" - Ombra delle vita, ombra della
poesia, / del padre (...) e un po' mi protegge e un po' mi fa paura". Nello
stesso modo ci avverte che, anche se le parole usate tendono ormai a scomparire,
hanno ancora tanto da significare, non importa per quanto se il tempo umano
è annodato ad una continuità imperscrutabile ma ben percepibile
nei suoi fenomeni: "o tempo o no moià, con tutti i sccianchi
de costi / ch'o se rebella appreuvo / da-i monti da-i mondi / che derrùa
finn-a chì" - il tempo non morirà, con tutti i frammenti
di cespugli / che si trascina dietro / dai monti dai mondi / che precipitano
fino qui.
C'è un recondito
senso del sacro in queste poesie, che si traduce nel recupero di forme
espositive divise in parti, come le stazioni dei "Misteri della città"
in cui si narra di esseri viventi e di ombre, di paesaggi reali e nebbie
che nascondono una grande nave (immagine ripetuta, forse simbolo del destino)
o le vite mai vissute. E come "Settembre delle sette trombe" dove la stessa
ripetitività degli incipit delle strofe è funzionale al tema
che "no anià perso ninte à sto mondo - nulla andrà
perso a questo mondo" non per un evanescente eterno ritorno ma perché
c'è un attaccamento spasmodico della vita capace di abbarbicarsi
alla morte come il pino quasi soffocato dalle rocce "nel mondo rovesciato
/ della morte viva per volontà di vivere".
Guasoni ha uno sguardo
totalizzante che si muove dal mare (forse l'elemento dominante con tutte
le sue simbologie) fino alle montagne circostanti, attraverso le strade
e gli edifici della città, il suo porto e le stazioni, i muri e
le piante... e questo gli consente di osservare paesaggi antropici e naturalistici
da angolazioni sempre diverse e capaci di veicolare differenti emozioni,
esperienze, ricordi, proiezioni. C'è molto di personale, ma sempre
filtrato attraverso altro, in un costante bisogno di uscire da un sé
altrimenti troppo limitato, come suggerisce la domanda "E io, mi libererò
/ mai più di questo pupazzo, che indosso?" O come esplicita bene
la poesia "A sciô" in cui il fiore è emblema della continua
ricerca di un significato profondo, difficile da cogliere in modo preciso
e definitivo, ma comunque presente a chi "sa sentî... / de cöse
semmo stæti e che saiëmo -sa ascoltare / di ciò che
siamo stati e che ancora saremo"
le atmosfere sono
più spesso autunnali e oreintate verso l'ombra e il crepuscolo -
e in questo Guasoni condivide la tonalità di molta poesia dialettale
contemporanea - ma permane anche l'apertura a "giornate più calde
in cui potremo ancora partire" per un viaggio che non è sinonimo
di fuga o evasione, piuttosto di un approfondimento del senso di vivere
che si può percepire "dietro l'angolo, / o dietro ai muri grigi
della città della gente che ride, / o dietro lo scoglio senza nome
sulla costa lontana" in un giorno come un altro. La poesia sa scaturire
da ogni punto fisico considerato, da ogni elemento concreto in cui si condensa
il trascorrere del tempo con quell'incessante opera di annientamento che,
come la ruggine sui metalli, corrode e trasforma la materia vivente ma
diventa traccia di un passaggio nel tempo che non può avere fine.
E quale immagine può racchiudere tutto questo intreccio di sguardi
e riflessioni se non il mare che impregna le poesie come la nebbia e la
pioggia lungo strade e sentieri?
Quel mare che "o
s'é serròu inti sò penscei de ruzze, / o sente e voxe
inta neggia, o rùmega in sce giornae che vegnià - si
è chiuso nei suoi pensieri di ruggine, / sente le voci nella nebbia,
rimugina i giorni che verranno".