NELVIA DI MONTE
recensione a "Carte da zeugo" ed. Prova d'Autore (2003), estratto da "Periferie"n. 33

Siamo di fronte ad una poesia autenticamente dialettale perché ancorata ad una precisa realtà locale, Genova e il suo entroterra, che diventa lo spazio da percorrere per seguire la vita che si rifrange nel volto di tante persone immerse nelle loro attività quotidiane, nel mutare del paesaggio e delle stagioni, nelle cancellazioni portate dal tempo. La poesia dialettale è sempre una meditazione ben radicata nel presente e consapevole di quanto si è perso e si va continuamente perdendo ma non è scomparso per sempre se riaffiora nello sguardo e nel ricordo, come l'immagine del padre che, per far sentire la sua presenza, trova l'insolita figura del cane che una volta aveva seguito il poeta da bambino, "ombra da vitta, ombra da poexìa, /  do poae (...) e un pò o m'avvarda e un pò o me mette poìa" - Ombra delle vita, ombra della poesia, / del padre (...) e un po' mi protegge e un po' mi fa paura". Nello stesso modo ci avverte che, anche se le parole usate tendono ormai a scomparire, hanno ancora tanto da significare, non importa per quanto se il tempo umano è annodato ad una continuità imperscrutabile ma ben percepibile nei suoi fenomeni: "o tempo o no moià, con tutti i sccianchi de costi / ch'o se rebella appreuvo / da-i monti da-i mondi / che derrùa finn-a chì" - il tempo non morirà, con tutti i frammenti di cespugli / che si trascina dietro / dai monti dai mondi / che precipitano fino qui.
C'è un recondito senso del sacro in queste poesie, che si traduce nel recupero di forme espositive divise in parti, come le stazioni dei "Misteri della città" in cui si narra di esseri viventi e di ombre, di paesaggi reali e nebbie che nascondono una grande nave (immagine ripetuta, forse simbolo del destino) o le vite mai vissute. E come "Settembre delle sette trombe" dove la stessa ripetitività degli incipit delle strofe è funzionale al tema che "no anià perso ninte à sto mondo - nulla andrà perso a questo mondo" non per un evanescente eterno ritorno ma perché c'è un attaccamento spasmodico della vita capace di abbarbicarsi alla morte come il pino quasi soffocato dalle rocce "nel mondo rovesciato / della morte viva per volontà di vivere".
Guasoni ha uno sguardo totalizzante che si muove dal mare (forse l'elemento dominante con tutte le sue simbologie) fino alle montagne circostanti, attraverso le strade e gli edifici della città, il suo porto e le stazioni, i muri e le piante... e questo gli consente di osservare paesaggi antropici e naturalistici da angolazioni sempre diverse e capaci di veicolare differenti emozioni, esperienze, ricordi, proiezioni. C'è molto di personale, ma sempre filtrato attraverso altro, in un costante bisogno di uscire da un sé altrimenti troppo limitato, come suggerisce la domanda "E io, mi libererò / mai più di questo pupazzo, che indosso?" O come esplicita bene la poesia "A sciô" in cui il fiore è emblema della continua ricerca di un significato profondo, difficile da cogliere in modo preciso e definitivo, ma comunque presente a chi "sa sentî... / de cöse semmo stæti e che saiëmo -sa ascoltare / di ciò che siamo stati e che ancora saremo"
le atmosfere sono più spesso autunnali e oreintate verso l'ombra e il crepuscolo - e in questo Guasoni condivide la tonalità di molta poesia dialettale contemporanea - ma permane anche l'apertura a "giornate più calde in cui potremo ancora partire" per un viaggio che non è sinonimo di fuga o evasione, piuttosto di un approfondimento del senso di vivere che si può percepire "dietro l'angolo, / o dietro ai muri grigi della città della gente che ride, / o dietro lo scoglio senza nome sulla costa lontana" in un giorno come un altro. La poesia sa scaturire da ogni punto fisico considerato, da ogni elemento concreto in cui si condensa il trascorrere del tempo con quell'incessante opera di annientamento che, come la ruggine sui metalli, corrode e trasforma la materia vivente ma diventa traccia di un passaggio nel tempo che non può avere fine. E quale immagine può racchiudere tutto questo intreccio di sguardi e riflessioni se non il mare che impregna le poesie come la nebbia e la pioggia lungo strade e sentieri?
Quel mare che "o s'é serròu inti sò penscei de ruzze, / o sente e voxe inta neggia, o rùmega in sce giornae che vegnià - si è chiuso nei suoi pensieri di ruggine, / sente le voci nella nebbia, rimugina i giorni che verranno".