Lo
apri, gli dai una rapida occhiata, lo richiudi, lo riapri, leggi qua e
là, lo richiudi, lo riapri, non puoi più uscirne, c'è
qualcosa di enigmatico in quel frasario, un mistero che si cela e si consuma
dietro ogni parola e verbo ed espressione, è un mondo che si spalanca
ampio e potente, anche se mondo di fatti e cose usuali, proposto con linguaggio
complesso e aderente, stretto alle sue più specifiche istanze, grandioso
testo poetico di rara e ineguagliabile corposa sostanza. Le Cantegoe
(Cantilene) derivanti dai canti polceveraschi durante la questua per
la novena dei Morti, sono l'ultima opera in versi di Alessandro Guasoni,
che ha riportato nella lingua genovese tutti i suoi più pregiati
umori, dai più asprigni ai più accattivanti, in una sequela
di stupefacenti figurazioni: nuvie soturnie, nuvole cupe, dove e
quando l'ho mai più sentito dire? Giri per la casa e ti affanni
finché il libro, che avevi appena posato, non ti ritorna in mano.
Tal quale un innamorato, tu lo cerchi perché avrà sempre
qualcosa di nuovo da dirti, inesauribile fonte di momenti scoperti,
cercati e ritrovati.
Direi, tuttavia,
che con questa raccolta di estrema versatilità tematica e di compiutezza
formale, il poeta abbia raggiunto un punto di non ritorno. "Tutta la raccolta
- scrive Francesco Piga nell'introduzione - si svolge nella dualità
buio-luce; alla pressante presenza della morte, con i silenzi e la notte,
alle pinete che riposano nel buio, ai boschi neri, il poeta contrappone
la vitalità delle parole, anche di quelle mai dette, immagini su
cui sono impressi colori, luci, suoni, la nostra vita che ancora rimane."
Potrà mai avverarsi una ritrovata armonia?
Guasoni è
nato a Voltri nel 1958, vive da sempre a Sestri Ponente, chiuso in una
sua atemporalità, apparentemente estraneo alla vita che gli ruota
intorno. Giovanissimo, si è cimentato nel verso e col verso ha compiuto
un suo lungo, anche intricato itinerario sempre nel segno grafico della
madre-lingua, quella originaria, quella della genovesità autentica,
paradossalmente inattuale rispetto all'italiano delle convenzioni ipocrite
e conformiste. "E' la lingua del passato ancestrale - spiega lo stesso
poeta, chiarendo i suoi presupposti filosofici - di perdute generazioni,
di un passato più sincero e leale, la lingua alternativa in cui
trova espressione l'irrazionale e l'assurdo della vita. Il dialetto testimonia
bene questa particolare condizione sospesa dell'uomo moderno, questa nostalgia
dei radici e dei valori e dell'impossibilità di tornare ad essi."
In altra
silloge poetica A pòula e a lunn-a (la parola e la luna),
Guasoni ha dato il compiuto senso di una visione retrospettiva che si evidenzia
con la maschera: gli occhi della maschera vedono ciò che quelli
reali mai vedranno. "E' la forma stessa - sottolinea in una sua analisi
Edoardo Costadura dell'Università di Jena - di quanto la maschera,
invece di rivelare, nasconde per sempre. Così anche le parole, che
si portan dietro, mostrandola/nascondendola, la (loro) verità, come
un corpo si porta dietro la (sua) ombra: come la luna." Neppure Guasoni,
come si è accennato, disdegna gli arcaismi genovesi, ma li inserisce
sapientemente in questa sua poesia ardua, dai complessi significati, "espressa
in una lingua - osserva ancora Costadura - che egli stesso si è
forgiato, scaltrita, colta, malleabile". Non ha avuto maestri il poeta
di Sestri, si è servito di quelli che sentiva più vicini
per affinità di stile e di accostamenti linguistici: Cavalli, Guidoni,
Giannoni, e poi, per altre vie: Borges, Tolkien, Kavafis, Eliot, il filosofo
Guénon, e i lirici liguri contemporanei, lo stesso Campana, e ancora
Buzzati e Corazzini. Mi è caro in questa sede ricordare proprio
Plinio Guidoni, un fedelissimo della lezione del Foglietta, pur inseguendo
alimenti ispirativi di "regionalità europea". Guidoni, si è
detto, e appunto Guasoni, il cui merito va pure ricercato nel definitivo
affrancamento da certa svenevole lagnosità firpiana protrattasi
fino ai suoi più tardi allievi - tal quale si disse dei manzoniani
rispetto al Manzoni - dove l'ochin de mà, il gabbiano, trova
sempre, quasi per indolenza mentale, puntuale riscontro.
Ha
più di vent'anni l'attività in versi e in prosa di Alessandro
Guasoni: L'òrto da madonnà, (Nuova Editrice Genovese,
1981); L'atra Zena (introduzione di Fiorenzo Toso, Edizioni Monte
Gazzo, 1992); A pòula e a lunn-a (Edizioni Le Mani, 1997);
Carte da zeugo (2003). Questa ultima raccolta poetica e la stessa
Cantegoe (2005) sono state pubblicate dall'editrice Prova d'Autore, Catania,
in una collezione diretta da Elvio Guagnini, Stefano Lanuzza, Francesco
Piga. Recente (2006) è "Barcoin". sette racconti in lengua ligure,
edito da Le Mani, Recco, presentazione di Fiorenzo Toso. Suo è pure
un testo teatrale del 1983: Nuvie reusa a-o tramonto. Nel 2000 e nel 2004
gli è stato conferito il "Premio Pontedassio" per la narrativa e
saggistica in lingua ligure.