ALESSANDRO GUASONI NEL PAESAGGIO DEFORMATO DELL'ANIMA
di Francesco Piga
(prefazione a "Cantegoe", ed. Prova d'Autore 2005)


"Sogno nell'apparenza sovrumana
de le corrusche sue statue superbe:
[...] dai segreti
Dedali uscii
Genova canta il tuo canto!
[...]
La grande luce mediterranea
s'è fusa in pietra di cenere
[...]
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi"

Dino Campana, "Genova"


 

   La prima raccolta poetica di Alessandro Guasoni, L'òrto da madonnâ, pubblicata dalla Nuova Editrice Genovese  nel 1981, contiene già alcune caratteristiche che si accentueranno nelle liriche successive, ad iniziare da quell'"arcana padronanza di misteriosa estrazione contemplativa", e dalla "veste dialettale rispettata ed amata come generatrice del suo sentire" evidenziate da Sergio Sileri nella nota introduttiva.
Sileri, che ha seguito la precoce maturazione di Guasoni, ci dà anche il ritratto del poeta "chiuso, modesto, schivo, isolato dai contatti, materialmente avulso dalla vita che lo circonda".
   C'è già tutta la solitudine dell'uomo, con il suo abisso interiore, di fronte al silenzio del mondo, del paesaggio vicino, al di qua della siepe, le antiche e grigie case, le tristi ciminiere, paesaggio che un treno, diretto chissà dove, confonde, oltre la siepe, nelle grandi lontananze dell'orizzonte, tra gli squarci del cielo: "...çittæ... arrenâ a-i prementoî do firmamento / slansâ traverso o tempo, / co-a teu brasca sempiterna de çê luxenti, / co-i teu giardin sospeixi, e teu stradde aggranfiæ à l'infinïo".
   Quel treno, che corre troppo in fretta, trasporta le possibilità dell'esistere per l'uomo fatto di materia e di pensiero, ma anche certe condizioni, come la consapevolezza dell'illusorietà di ciò che brilla nella realtà, la certezza dell'irrevocabile appuntamento con la sofferenza, nel tempo che tutto distrugge.
Un viaggio dunque in una realtà che tende verso il metafisico, con un susseguirsi di interrogativi e con il tentativo di intuire una qualche identità, di scoprire forse barlumi sulla nostra vera essenza.
Il paesaggio è alterato dalle percezioni del poeta, è configurato attraverso le sue conoscenze culturali. Riflessi di sensazioni e di visioni, caleidoscopi di immagini letterarie e pittoriche, i luoghi appaiono tra foschie e nebbie, "sentê misteioxi", "riae solitai", e i "neigri canaloin" sono percorsi da un vento che "ven da-i sécoli passae", la "schillente ciazza" e il "mâ chi preluxe" sono luminosità ingannatrici, mentre dalle stanze chiuse giunge l'"ödô de mòrte, de feïa". I luoghi con la loro storia, con una presenza millenaria, assumono un'entità sacrale per il poeta che, contemplando la "luxe de antighi tramonti" si sente custode degli spiriti delle età passate.
Nel volume L'ätra Zena, pubblicato nel 1992 dalle Edizioni Monte Gazzo, con le poesie scritte dal 1981 al 1990, la realtà è ancor più frantumata, il paesaggio talmente interiorizzato da aver perduto ogni dato oggettivo.
Nel viaggio-fuga dal finito all'infinito, la terra, il muro silenzioso e il pino, estreme propaggini del reale che muta, dicono al poeta di essere loro "[...] o segretto ponte, / spegio do cheu e ùrtimo confin.", mentre gli alti campanili, già librati verso il cielo, ripetono un richiamo che viene dai "pòrti no sacciùi do firmamento".
L'ätra Zena, tutta surreale, con i tetti che ridono e con le piazze che sbadigliano, con il tempo scandito da "öe fæte de scciumma de mâ", è il labirinto senza fine dell'interiorità, dove il poeta sembra privato della propria materialità e la situazione appare propizia per poter azzardare interrogativi, decifrare segreti, intendere duplicità e contraddizioni.
E' ciò che caratterizza questa seconda raccolta di poesie, al di là dello specchio, nella commedia delle maschere, in una dimensione onirica, dietro cecità veggenti, in un nicciano gioco di scacchi.
Guasoni è suggestionato dallo stesso paesaggio ligure che ha percorso Nietzsche nelle sue passeggiate tra monti e mare, con i palazzi dalle facciate gialle e rosse, i campanili, le pietre, le stradine che sembrano salire oltre le nubi, le scogliere che si perdono tra gli abissi del mare.
Gli interrogativi rimangono senza risposta, aumentano i rimpianti, le illusioni e i tormenti, resta sconosciuto il senso del destino che si va compiendo. Le negazioni sono comunque temperate da "un æn de çê, un reciòcco de Pareiso", da qualche luminaria dei giorni felici dell'infanzia, dal calore materno, dall'amore per la vita, dagli slanci della fantasia e del sogno, ancora nel simbolo dei galeoni silenti che navigano oltre le tempeste...
La solitudine non è estrema, per un destino comune: "semmo fræ da tempesta e do tramonto, fræ di draghi svampïi inti çê lontæn."
C'è la disperazione per la dualità, la "sæ da forma compïa", la consapevolezza dell'impossibilità del ritorno all'unità originaria, ma c'è anche la speranza di un altro mondo "donde poei scrive i seunni no assunnæ, / i canti antighi e a neuva libertæ."
Gli spiriti antichi della prima raccolta ritornano nelle vecchie, fantastiche leggende, anch'esse parte del paesaggio umano di Guasoni. Così il poeta richiama, contro un presente degradato, contro la "viltae d'anni cattivi", gli antichi valori e i sentimenti più nobili, gentilezza ed onore, e ci suggerisce, contro l'uniformità della ragione, i colori della fantasia e i giochi del Caso.
L'òmmo ch'o veggia d'in pê, che contempla dalla scogliera la desolazione, il fascino ed il mistero del paesaggio, è figura romantica e decadente.
Ha conosciuto le sorgenti delle alture, le solitudini vertiginose, le isole del ritorno, e ora è come il viandante sul mare di nebbia del quadro di Friedrich, che immobile ma immedesimato nella natura guarda i naufragi di ogni speranza, le "cose" disfatte e arenate della coscienza, immagini simboliche della conoscenza e dell'avventura, cristallizzate e ghiacciate tra gli immobili elementi del paesaggio. Illusori i lampi che avrebbero dovuto illuminare di fronte all'eterno.
Nella nota introduttiva a questo secondo libro, Fiorenzo Toso inserisce Guasoni nella fase ultima di "discussione, riflessione, proposta alternativa" della grande tradizione della poesia in genovese, ad iniziare dai grandi rinascimentali e dai barocchi, costantemente sperimentale ed inserita nella miglior letteratura internazionale.
Toso evidenzia, rispetto alla prima raccolta, una maggiore sicurezza, una più vasta ricerca formale e un progresso "nell'amalgamare le suggestioni letterarie".
Anche gli altri critici concordano sulla drammaticità espressiva ed evocativa, sulla complessità di una ricerca che tende alla trascendenza, sulla sperimentazione lessicale e stilistica, sul lirismo ricco di metafore, simboli, allusioni, di immagini a volte visionarie.
Nelle liriche della terza raccolta, A pòula e a lunn-a, pubblicata dalle Edizioni Le Mani nel 1997, è totalmente assente la realtà e il paesaggio è puramente interiore. Il poeta è rivolto a ciò che per costituzione dovrebbe possedere e nascondere risposte ai misteri dell'esistenza, una sapienza conoscitiva.
Potranno forse svelare ciò che è nascosto lo specchio, con i suoi mille occhi lucenti, la statua che ha in sé il destino compiuto, le maschere silenziose e senza tempo, con gli occhi rivolti all'interno, la porta, che unisce e divide luce e buio, vita e morte.
Potrebbero essere lì gli unici e ultimi segnali per l'Io, per gli uomini, senza patria né casa, in una vita labile e tempestosa, in un illusorio spazio-tempo, stranieri uno all'altro, oppressi dal sole, impauriti di fronte all'infinito, più indifesi delle cose.
O forse non c'é niente di nascosto e per l'uomo-ombra la verità è nella mancanza, nella non presenza, nel non senso di un destino che ci trascina "donde a bùscioa immattìa a cazze into scùo", dando forse i nostri corpi in mano agli ultimi Dei crudeli.
Nella breve ma efficace nota a conclusione del libro, Edoardo Costadura dell'Università di Jena osserva che le figure di Guasoni hanno la "funzione di dire ciò che è nascosto e di segnare i passaggi, i varchi verso il chiuso spazio della verità e del destino" e definisce la lingua di Guasoni "colta e malleabile, scaltrita e disponibile alle espressioni più ardite", con gli arcaismi e i tecnicismi desunti dall'italiano, con creazioni originali.
In Carte da zeugo, la raccolta di poesie pubblicata dalla Casa editrice Prova d'Autore nel 2003, il mondo è ormai "imböso", rovesciato, in una dimensione dove un'estrema volontà di vita rende vive anche le ombre della morte, ultime apparenze, ora impulsi di parole che premono per essere espresse. Sono parole prive di significati, enigmatiche, in cui si fa sempre più pungente l'alito della morte, della morte-vita, comunque in consunzione: "o bagon mòrto co-a pansa pe l'aia", "o laghetto d'aegua mòrta", "a lampadinn-a bruxâ"...
Tutto resta incerto, sospeso. Nello scorrere infinito del tempo, nel fluire incessante delle acque, suoni di trombe sembrano annunciare ora "regni de alabastro e de smeädo", ora antri infernali.
Su questa angosciosa attesa si proiettano i chiaroscuri che la volontà di vita, con il ricordo ed il pensiero, fa riaffiorare del passato: l'immagine del padre, morto giovane, "ombra da vitta, ombra da poexìa", protettivo nella città grigia dei macelli, dei mercati viscidi di sangue e di formaggi, da un quartiere "battùo da 'n vento sordo, / coverto da 'na luxe sensa luxe"; la madre con la sua mano premurosa nelle ardue vie in salita; gli antichi e bonari Dèi sui libri scolastici; i conoscenti dell'età dei buoni e semplici sentimenti, dell'amicizia, dell'amore puro, del senso di giustizia e di uguaglianza.
Ma subito si intromettono ombre nemiche, strane ombre con tante lunghe zampe nere e magre, indefiniti pupazzi, lacerti di vite rovinate e mai vissute.
Carte da zeugo è in perfetta coerenza concettuale con i libri precedenti, libri autonomi in sé e al tempo stesso concatenati fra loro. Come le statue e le maschere, anche le carte da gioco sembrano aver assorbito le essenze sfuggenti del nostro mondo, e aver assunto saggezza e conoscenza del destino umano.
Nelle liriche finali il flusso del ricordo e del pensiero si spezza, tuoni decretano l'inabissarsi nel mare grigio "onde ghe nega a memöia" e le ombre, amiche e nemiche, si avviano verso l'indeterminato e il silenzio.
Nella nota a chiusura del volume, Mario Grasso osserva: "Una poesia di consepevolezze questa che Guasoni ci elargisce in Carte da zeugo, una ribalta sulla quale si alternano ora esaltate da capricciosi e fastidiosi riverberi, ora cancellate dal sipario che si chiude ubbidendo al misterico alternarsi della luce e del buio, delle stagioni, e tutto manovrato dall'impalpabile, dall'invisibile più invisibile".
Nato a Voltri nel 1958, Guasoni scrive in dialetto fin dal 1973, quando giovanissimo era alla ricerca di "salde radici", di "un'identità precisa", di "un'appartenenza". Del 1983 è il suo testo teatrale Nuvie reusa a-o tramonto.
I motivi della scelta di scrivere in dialetto sono in sintonia con i contenuti della sua poetica: contro l'italiano dell'attualità, "la lingua delle convenzioni sociali, della razionalità e del progresso, del presente conformista e ipocrita" Guasoni sceglie l'inattualità del dialetto, "la lingua del passato ancestrale di perdute generazioni, di un passato più sincero e leale, la lingua alternativa in cui trova espressione l'irrazionale e l'assurdo della vita". Il dialetto, teorizza Guasoni, "testimonia bene questa particolare condizione sospesa dell'uomo moderno, questa nostalgia delle radici e dei valori e dell'impossibilità di tornare ad essi".
Dunque scelta etica del dialetto, "voce di chi non si adegua e non si rassegna all'imbarbarimento", voce di un'antica comunità depositaria di nobili valori da recuperare. Infine, con il dialetto Guasoni si illude di "fermare il tempo in un eterno presente", di "combattere la morte e l'oblio".
E' quindi totale l'adesione di Guasoni al dialetto, a questa lingua irreale e dura che il poeta ricostruisce con i ricordi, suoi e di altri, e cerca di sfruttare in tutte le potenzialità manipolandola e innovandola liberamente; preferisce le parole con più significati, gli arcaismi, i termini rari.
Guasoni fa un lavoro da artigiano su grafie che devono corrispondere a certi suoni e a certi significati, sulle parole che, non avendo più il loro valore orfico di originaria unità con la cosa, devono essere rimodellate per dar voce al mondo "de prìa". Fra i suoi versi teorici si legge che la verità è l'ombra delle parole e non viceversa. Nella leggenda praghese di rabbi Low è la parola scritta in fronte a dar vita al golem, che senza di quella resta immobile.
Guasoni è orgoglioso di sentirsi continuatore di una tradizione con un linguaggio elitario che, proprio nel suo essere idiomatico e intraducibile, tende meglio a suggerire un messaggio universale.
La bravura di Guasoni non è soltanto nel ricostruire un dialetto tutto suo e nella perizia metrica, è anche nel valersi di una vasta ed eterogenea area culturale, ben assimilata, per interpretare ed esprimere la propria vicenda esistenziale, per meglio riflettere sulla problematica e dolorosa condizione umana.
Ne scaturisce una poesia originale, inserita nella colta tradizione ligure e in perfetta sintonia con le maggiori espressioni liriche della grande letteratura. Guasoni predilige la "raffinatissima ricerca stilistica" di Gian Giacomo Cavalli, riconosce certe affinità della propria poesia con quella di Plinio Guidoni, "la ricerca dell'ineffabile, di ciò che non può essere detto se non per allusioni", e con quella di Giannoni per "gli inediti accostamenti di immagini e suoni da cui scaturiscono scintille visionarie" e per "l'oscurità oracolare del linguaggio."
Suggestioni letterarie arrivano a Guasoni anche dalle liriche in lingua di quei poeti che, da Boine a Sbarbaro e a Montale, hanno contemplato lo stesso scarno e atemporale paesaggio ligure. E ovviamente dal visionario Campana, vagabondo a Genova e nel mondo.
Guasoni ricorda Buzzati "che come nessuno ci dà la distinta percezione di un mondo "altro" dietro le apparenze"; non mancano certi influssi crepuscolari,"...à niätri n'arresta söo che un profummo de reuse...", corrispondenze con versi di Corazzini, "Trombe d'öo seunnan làgrime de stelle" (L'ätra Zena).
Guasoni, interessato alle letterature delle lingue minoritarie, alle tradizioni popolari, alle dottrine esoteriche e alla mistica indiana, chiarisce un aspetto della sua stessa poetica quando dice che gli interessi esoterici di Yeats sono "un pretesto per incanalare l'immaginazione e scrivere poesia".
Guasoni considera mediate da Borges la propria attenzione alla bellezza delle immagini e dei suoni e la propria preferenza delle "forme metriche tradizionali chiuse, che sembrano dare maggiore potenza al verso, perché lo comprimono in regole obbligate, come quelle della formula magica, dove il possesso della parole equivale al possesso della cosa". Borges e Tolkien sono per Guasoni i grandi costruttori dei mondi paralleli dell'immaginazione, "più determinanti e 'veri' del mondo reale".
Per dare conto dei maggiori ispiratori della poesia di Guasoni sono da aggiungere i nomi che fa Toso, cioè Kavafis, Eliot e il filosofo Guénon.
Era necessario ripercorrere l'intero itinerario poetico di Guasoni per introdurre le poesie di questa raccolta.
Le Cantegoe del titolo sono nell'entroterra genovese "le cantilene", i canti di questua durante la novena dei Morti, e indicano anche i cantori stessi.
Il poeta non si arrende di fronte al buio della notte che incalza, al vortice della acque che spingono inesorabilmente verso crepacci di buio e di gelo gli uomini ormai ombra, le cose su cui si è raggrumato il nostro passato, il paesaggio che ora trova sé stesso solamente nella negazione.
Dà conto del destino ineluttabile, della "neigra aegua" che tutto scioglie prima di depositare chissà cosa su un'isola dietro il buio e la notte, al di là del tempo e della memoria, simile all'Isola dei Morti di Bocklin, dove un'ombra giunge tra simboli di pietra; contemporaneamente il poeta coglie quei bagliori che si riflettono rovesciati sul fondale, che si rifletteranno ancora per poco perché le acque vanno annerendo. Sono luminarie barocche che vorrebbero esprimere la volontà di esserci per una nuova nascita, per una nuova anima, per dare voce ad una "neuva canson".
Tutta la raccolta si svolge nella dualità buio-luce; alla pressante presenza della morte, con i silenzi e la notte, alle pinete che riposano nel buio, ai boschi neri, il poeta contrappone la vitalità delle parole, anche di quelle mai dette, immagini su cui sono impressi colori, luci, suoni, la nostra vita che ancora rimane.
Le forti dualità che persistono fanno cadere ogni illusione di una possibile armonia oltre la morte.
Di fronte al niente il poeta si fa più forte; si appella all'eticità, il cuore dev'essere comunque "fermo e scinçeo", ai valori interiori e chiama in causa il funambolo nicciano, eternamente "in sciô cäo teiso" sul filo teso, per il quale sarà "o seu peiso à fâlo moî, ò vive e nuâ in çê".
C'è il richiamo a scelte individuali non conformiste, contro l'ipocrisia, si accentua il forte orgoglio di far parte di una storia mitica segnata dai valori dei Signori del passato che riposano nelle "tombe de glöia", c'è una estrema forza di volontà, "m'arrampiniò in scî castelli de braxa, in scê òsse gianche do lampo perdùo."
In queste ultime liriche, ancora più dense di significati, il poeta può finalmente ridere delle statue con i loro enigmi scolpiti nel marmo, del destino immutabili e degli Dèi malvagi.
In un titanismo finale l'Io che, preso dal vortice della distruzione, è capace di udire i richiami della silenziosa natura, e di mantenersi foriero di parole, compie un atto di osmosi: riflette e assume dentro di sé tutte le creazioni del mondo; forse trova così la propria salvezza, e invece che verso i profondi abissi "a barca a partià solitäia / pe quarche giardin / in tære de sciummi / de cädi profummi, / de pèrseghe, reuse e limoin".