Dino Campana, "Genova"
La prima raccolta poetica
di Alessandro Guasoni, L'òrto da madonnâ, pubblicata
dalla Nuova Editrice Genovese nel 1981, contiene già alcune
caratteristiche che si accentueranno nelle liriche successive, ad iniziare
da quell'"arcana padronanza di misteriosa estrazione contemplativa", e
dalla "veste dialettale rispettata ed amata come generatrice del suo sentire"
evidenziate da Sergio Sileri nella nota introduttiva.
Sileri, che ha seguito la precoce maturazione
di Guasoni, ci dà anche il ritratto del poeta "chiuso, modesto,
schivo, isolato dai contatti, materialmente avulso dalla vita che lo circonda".
C'è già tutta
la solitudine dell'uomo, con il suo abisso interiore, di fronte al silenzio
del mondo, del paesaggio vicino, al di qua della siepe, le antiche e grigie
case, le tristi ciminiere, paesaggio che un treno, diretto chissà
dove, confonde, oltre la siepe, nelle grandi lontananze dell'orizzonte,
tra gli squarci del cielo: "...çittæ... arrenâ a-i prementoî
do firmamento / slansâ traverso o tempo, / co-a teu brasca sempiterna
de çê luxenti, / co-i teu giardin sospeixi, e teu stradde
aggranfiæ à l'infinïo".
Quel treno, che corre troppo
in fretta, trasporta le possibilità dell'esistere per l'uomo fatto
di materia e di pensiero, ma anche certe condizioni, come la consapevolezza
dell'illusorietà di ciò che brilla nella realtà, la
certezza dell'irrevocabile appuntamento con la sofferenza, nel tempo che
tutto distrugge.
Un viaggio dunque in una realtà
che tende verso il metafisico, con un susseguirsi di interrogativi e con
il tentativo di intuire una qualche identità, di scoprire forse
barlumi sulla nostra vera essenza.
Il paesaggio è alterato dalle percezioni
del poeta, è configurato attraverso le sue conoscenze culturali.
Riflessi di sensazioni e di visioni, caleidoscopi di immagini letterarie
e pittoriche, i luoghi appaiono tra foschie e nebbie, "sentê misteioxi",
"riae solitai", e i "neigri canaloin" sono percorsi da un vento che "ven
da-i sécoli passae", la "schillente ciazza" e il "mâ chi preluxe"
sono luminosità ingannatrici, mentre dalle stanze chiuse giunge
l'"ödô de mòrte, de feïa". I luoghi con la loro
storia, con una presenza millenaria, assumono un'entità sacrale
per il poeta che, contemplando la "luxe de antighi tramonti" si sente custode
degli spiriti delle età passate.
Nel volume L'ätra Zena, pubblicato
nel 1992 dalle Edizioni Monte Gazzo, con le poesie scritte dal 1981 al
1990, la realtà è ancor più frantumata, il paesaggio
talmente interiorizzato da aver perduto ogni dato oggettivo.
Nel viaggio-fuga dal finito all'infinito,
la terra, il muro silenzioso e il pino, estreme propaggini del reale che
muta, dicono al poeta di essere loro "[...] o segretto ponte, / spegio
do cheu e ùrtimo confin.", mentre gli alti campanili, già
librati verso il cielo, ripetono un richiamo che viene dai "pòrti
no sacciùi do firmamento".
L'ätra Zena, tutta surreale,
con i tetti che ridono e con le piazze che sbadigliano, con il tempo scandito
da "öe fæte de scciumma de mâ", è il labirinto
senza fine dell'interiorità, dove il poeta sembra privato della
propria materialità e la situazione appare propizia per poter azzardare
interrogativi, decifrare segreti, intendere duplicità e contraddizioni.
E' ciò che caratterizza questa
seconda raccolta di poesie, al di là dello specchio, nella commedia
delle maschere, in una dimensione onirica, dietro cecità veggenti,
in un nicciano gioco di scacchi.
Guasoni è suggestionato dallo stesso
paesaggio ligure che ha percorso Nietzsche nelle sue passeggiate tra monti
e mare, con i palazzi dalle facciate gialle e rosse, i campanili, le pietre,
le stradine che sembrano salire oltre le nubi, le scogliere che si perdono
tra gli abissi del mare.
Gli interrogativi rimangono senza risposta,
aumentano i rimpianti, le illusioni e i tormenti, resta sconosciuto il
senso del destino che si va compiendo. Le negazioni sono comunque temperate
da "un æn de çê, un reciòcco de Pareiso", da
qualche luminaria dei giorni felici dell'infanzia, dal calore materno,
dall'amore per la vita, dagli slanci della fantasia e del sogno, ancora
nel simbolo dei galeoni silenti che navigano oltre le tempeste...
La solitudine non è estrema, per
un destino comune: "semmo fræ da tempesta e do tramonto, fræ
di draghi svampïi inti çê lontæn."
C'è la disperazione per la dualità,
la "sæ da forma compïa", la consapevolezza dell'impossibilità
del ritorno all'unità originaria, ma c'è anche la speranza
di un altro mondo "donde poei scrive i seunni no assunnæ, / i canti
antighi e a neuva libertæ."
Gli spiriti antichi della prima raccolta
ritornano nelle vecchie, fantastiche leggende, anch'esse parte del paesaggio
umano di Guasoni. Così il poeta richiama, contro un presente degradato,
contro la "viltae d'anni cattivi", gli antichi valori e i sentimenti più
nobili, gentilezza ed onore, e ci suggerisce, contro l'uniformità
della ragione, i colori della fantasia e i giochi del Caso.
L'òmmo ch'o veggia d'in pê,
che contempla dalla scogliera la desolazione, il fascino ed il mistero
del paesaggio, è figura romantica e decadente.
Ha conosciuto le sorgenti delle alture,
le solitudini vertiginose, le isole del ritorno, e ora è come il
viandante sul mare di nebbia del quadro di Friedrich, che immobile ma immedesimato
nella natura guarda i naufragi di ogni speranza, le "cose" disfatte e arenate
della coscienza, immagini simboliche della conoscenza e dell'avventura,
cristallizzate e ghiacciate tra gli immobili elementi del paesaggio. Illusori
i lampi che avrebbero dovuto illuminare di fronte all'eterno.
Nella nota introduttiva a questo secondo
libro, Fiorenzo Toso inserisce Guasoni nella fase ultima di "discussione,
riflessione, proposta alternativa" della grande tradizione della poesia
in genovese, ad iniziare dai grandi rinascimentali e dai barocchi, costantemente
sperimentale ed inserita nella miglior letteratura internazionale.
Toso evidenzia, rispetto alla prima raccolta,
una maggiore sicurezza, una più vasta ricerca formale e un progresso
"nell'amalgamare le suggestioni letterarie".
Anche gli altri critici concordano sulla
drammaticità espressiva ed evocativa, sulla complessità di
una ricerca che tende alla trascendenza, sulla sperimentazione lessicale
e stilistica, sul lirismo ricco di metafore, simboli, allusioni, di immagini
a volte visionarie.
Nelle liriche della terza raccolta, A
pòula e a lunn-a, pubblicata dalle Edizioni Le Mani nel 1997,
è totalmente assente la realtà e il paesaggio è puramente
interiore. Il poeta è rivolto a ciò che per costituzione
dovrebbe possedere e nascondere risposte ai misteri dell'esistenza, una
sapienza conoscitiva.
Potranno forse svelare ciò che
è nascosto lo specchio, con i suoi mille occhi lucenti, la statua
che ha in sé il destino compiuto, le maschere silenziose e senza
tempo, con gli occhi rivolti all'interno, la porta, che unisce e divide
luce e buio, vita e morte.
Potrebbero essere lì gli unici
e ultimi segnali per l'Io, per gli uomini, senza patria né casa,
in una vita labile e tempestosa, in un illusorio spazio-tempo, stranieri
uno all'altro, oppressi dal sole, impauriti di fronte all'infinito, più
indifesi delle cose.
O forse non c'é niente di nascosto
e per l'uomo-ombra la verità è nella mancanza, nella non
presenza, nel non senso di un destino che ci trascina "donde a bùscioa
immattìa a cazze into scùo", dando forse i nostri corpi in
mano agli ultimi Dei crudeli.
Nella breve ma efficace nota a conclusione
del libro, Edoardo Costadura dell'Università di Jena osserva che
le figure di Guasoni hanno la "funzione di dire ciò che è
nascosto e di segnare i passaggi, i varchi verso il chiuso spazio della
verità e del destino" e definisce la lingua di Guasoni "colta e
malleabile, scaltrita e disponibile alle espressioni più ardite",
con gli arcaismi e i tecnicismi desunti dall'italiano, con creazioni originali.
In Carte da zeugo, la raccolta
di poesie pubblicata dalla Casa editrice Prova d'Autore nel 2003, il mondo
è ormai "imböso", rovesciato, in una dimensione dove un'estrema
volontà di vita rende vive anche le ombre della morte, ultime apparenze,
ora impulsi di parole che premono per essere espresse. Sono parole prive
di significati, enigmatiche, in cui si fa sempre più pungente l'alito
della morte, della morte-vita, comunque in consunzione: "o bagon mòrto
co-a pansa pe l'aia", "o laghetto d'aegua mòrta", "a lampadinn-a
bruxâ"...
Tutto resta incerto, sospeso. Nello scorrere
infinito del tempo, nel fluire incessante delle acque, suoni di trombe
sembrano annunciare ora "regni de alabastro e de smeädo", ora antri
infernali.
Su questa angosciosa attesa si proiettano
i chiaroscuri che la volontà di vita, con il ricordo ed il pensiero,
fa riaffiorare del passato: l'immagine del padre, morto giovane, "ombra
da vitta, ombra da poexìa", protettivo nella città grigia
dei macelli, dei mercati viscidi di sangue e di formaggi, da un quartiere
"battùo da 'n vento sordo, / coverto da 'na luxe sensa luxe"; la
madre con la sua mano premurosa nelle ardue vie in salita; gli antichi
e bonari Dèi sui libri scolastici; i conoscenti dell'età
dei buoni e semplici sentimenti, dell'amicizia, dell'amore puro, del senso
di giustizia e di uguaglianza.
Ma subito si intromettono ombre nemiche,
strane ombre con tante lunghe zampe nere e magre, indefiniti pupazzi, lacerti
di vite rovinate e mai vissute.
Carte da zeugo è in perfetta
coerenza concettuale con i libri precedenti, libri autonomi in sé
e al tempo stesso concatenati fra loro. Come le statue e le maschere, anche
le carte da gioco sembrano aver assorbito le essenze sfuggenti del nostro
mondo, e aver assunto saggezza e conoscenza del destino umano.
Nelle liriche finali il flusso del ricordo
e del pensiero si spezza, tuoni decretano l'inabissarsi nel mare grigio
"onde ghe nega a memöia" e le ombre, amiche e nemiche, si avviano
verso l'indeterminato e il silenzio.
Nella nota a chiusura del volume, Mario
Grasso osserva: "Una poesia di consepevolezze questa che Guasoni ci elargisce
in Carte da zeugo, una ribalta sulla quale si alternano ora esaltate
da capricciosi e fastidiosi riverberi, ora cancellate dal sipario che si
chiude ubbidendo al misterico alternarsi della luce e del buio, delle stagioni,
e tutto manovrato dall'impalpabile, dall'invisibile più invisibile".
Nato a Voltri nel 1958, Guasoni scrive
in dialetto fin dal 1973, quando giovanissimo era alla ricerca di "salde
radici", di "un'identità precisa", di "un'appartenenza". Del 1983
è il suo testo teatrale Nuvie reusa a-o tramonto.
I motivi della scelta di scrivere in dialetto
sono in sintonia con i contenuti della sua poetica: contro l'italiano dell'attualità,
"la lingua delle convenzioni sociali, della razionalità e del progresso,
del presente conformista e ipocrita" Guasoni sceglie l'inattualità
del dialetto, "la lingua del passato ancestrale di perdute generazioni,
di un passato più sincero e leale, la lingua alternativa in cui
trova espressione l'irrazionale e l'assurdo della vita". Il dialetto, teorizza
Guasoni, "testimonia bene questa particolare condizione sospesa dell'uomo
moderno, questa nostalgia delle radici e dei valori e dell'impossibilità
di tornare ad essi".
Dunque scelta etica del dialetto, "voce
di chi non si adegua e non si rassegna all'imbarbarimento", voce di un'antica
comunità depositaria di nobili valori da recuperare. Infine, con
il dialetto Guasoni si illude di "fermare il tempo in un eterno presente",
di "combattere la morte e l'oblio".
E' quindi totale l'adesione di Guasoni
al dialetto, a questa lingua irreale e dura che il poeta ricostruisce con
i ricordi, suoi e di altri, e cerca di sfruttare in tutte le potenzialità
manipolandola e innovandola liberamente; preferisce le parole con più
significati, gli arcaismi, i termini rari.
Guasoni fa un lavoro da artigiano su grafie
che devono corrispondere a certi suoni e a certi significati, sulle parole
che, non avendo più il loro valore orfico di originaria unità
con la cosa, devono essere rimodellate per dar voce al mondo "de prìa".
Fra i suoi versi teorici si legge che la verità è l'ombra
delle parole e non viceversa. Nella leggenda praghese di rabbi Low è
la parola scritta in fronte a dar vita al golem, che senza di quella resta
immobile.
Guasoni è orgoglioso di sentirsi
continuatore di una tradizione con un linguaggio elitario che, proprio
nel suo essere idiomatico e intraducibile, tende meglio a suggerire un
messaggio universale.
La bravura di Guasoni non è soltanto
nel ricostruire un dialetto tutto suo e nella perizia metrica, è
anche nel valersi di una vasta ed eterogenea area culturale, ben assimilata,
per interpretare ed esprimere la propria vicenda esistenziale, per meglio
riflettere sulla problematica e dolorosa condizione umana.
Ne scaturisce una poesia originale, inserita
nella colta tradizione ligure e in perfetta sintonia con le maggiori espressioni
liriche della grande letteratura. Guasoni predilige la "raffinatissima
ricerca stilistica" di Gian Giacomo Cavalli, riconosce certe affinità
della propria poesia con quella di Plinio Guidoni, "la ricerca dell'ineffabile,
di ciò che non può essere detto se non per allusioni", e
con quella di Giannoni per "gli inediti accostamenti di immagini e suoni
da cui scaturiscono scintille visionarie" e per "l'oscurità oracolare
del linguaggio."
Suggestioni letterarie arrivano a Guasoni
anche dalle liriche in lingua di quei poeti che, da Boine a Sbarbaro e
a Montale, hanno contemplato lo stesso scarno e atemporale paesaggio ligure.
E ovviamente dal visionario Campana, vagabondo a Genova e nel mondo.
Guasoni ricorda Buzzati "che come nessuno
ci dà la distinta percezione di un mondo "altro" dietro le apparenze";
non mancano certi influssi crepuscolari,"...à niätri n'arresta
söo che un profummo de reuse...", corrispondenze con versi di Corazzini,
"Trombe d'öo seunnan làgrime de stelle" (L'ätra Zena).
Guasoni, interessato alle letterature
delle lingue minoritarie, alle tradizioni popolari, alle dottrine esoteriche
e alla mistica indiana, chiarisce un aspetto della sua stessa poetica quando
dice che gli interessi esoterici di Yeats sono "un pretesto per incanalare
l'immaginazione e scrivere poesia".
Guasoni considera mediate da Borges la
propria attenzione alla bellezza delle immagini e dei suoni e la propria
preferenza delle "forme metriche tradizionali chiuse, che sembrano dare
maggiore potenza al verso, perché lo comprimono in regole obbligate,
come quelle della formula magica, dove il possesso della parole equivale
al possesso della cosa". Borges e Tolkien sono per Guasoni i grandi costruttori
dei mondi paralleli dell'immaginazione, "più determinanti e 'veri'
del mondo reale".
Per dare conto dei maggiori ispiratori
della poesia di Guasoni sono da aggiungere i nomi che fa Toso, cioè
Kavafis, Eliot e il filosofo Guénon.
Era necessario ripercorrere l'intero itinerario
poetico di Guasoni per introdurre le poesie di questa raccolta.
Le Cantegoe del titolo sono nell'entroterra
genovese "le cantilene", i canti di questua durante la novena dei Morti,
e indicano anche i cantori stessi.
Il poeta non si arrende di fronte al buio
della notte che incalza, al vortice della acque che spingono inesorabilmente
verso crepacci di buio e di gelo gli uomini ormai ombra, le cose su cui
si è raggrumato il nostro passato, il paesaggio che ora trova sé
stesso solamente nella negazione.
Dà conto del destino ineluttabile,
della "neigra aegua" che tutto scioglie prima di depositare chissà
cosa su un'isola dietro il buio e la notte, al di là del tempo e
della memoria, simile all'Isola dei Morti di Bocklin, dove un'ombra giunge
tra simboli di pietra; contemporaneamente il poeta coglie quei bagliori
che si riflettono rovesciati sul fondale, che si rifletteranno ancora per
poco perché le acque vanno annerendo. Sono luminarie barocche che
vorrebbero esprimere la volontà di esserci per una nuova nascita,
per una nuova anima, per dare voce ad una "neuva canson".
Tutta la raccolta si svolge nella dualità
buio-luce; alla pressante presenza della morte, con i silenzi e la notte,
alle pinete che riposano nel buio, ai boschi neri, il poeta contrappone
la vitalità delle parole, anche di quelle mai dette, immagini su
cui sono impressi colori, luci, suoni, la nostra vita che ancora rimane.
Le forti dualità che persistono
fanno cadere ogni illusione di una possibile armonia oltre la morte.
Di fronte al niente il poeta si fa più
forte; si appella all'eticità, il cuore dev'essere comunque "fermo
e scinçeo", ai valori interiori e chiama in causa il funambolo nicciano,
eternamente "in sciô cäo teiso" sul filo teso, per il quale
sarà "o seu peiso à fâlo moî, ò vive e
nuâ in çê".
C'è il richiamo a scelte individuali
non conformiste, contro l'ipocrisia, si accentua il forte orgoglio di far
parte di una storia mitica segnata dai valori dei Signori del passato che
riposano nelle "tombe de glöia", c'è una estrema forza di volontà,
"m'arrampiniò in scî castelli de braxa, in scê òsse
gianche do lampo perdùo."
In queste ultime liriche, ancora più
dense di significati, il poeta può finalmente ridere delle statue
con i loro enigmi scolpiti nel marmo, del destino immutabili e degli Dèi
malvagi.
In un titanismo finale l'Io che, preso
dal vortice della distruzione, è capace di udire i richiami della
silenziosa natura, e di mantenersi foriero di parole, compie un atto di
osmosi: riflette e assume dentro di sé tutte le creazioni del mondo;
forse trova così la propria salvezza, e invece che verso i profondi
abissi "a barca a partià solitäia / pe quarche giardin / in
tære de sciummi / de cädi profummi, / de pèrseghe, reuse
e limoin".