
Se si guarda alla tradizione letteraria
in genovese nel suo complesso, lo sviluppo di un gusto narrativo in prosa
rimane circoscritto fondamentalmente a due momenti storici, quello trecentesco
con lo straordinario sviluppo dell’agiografia e del racconto religioso
e a sfondo moraleggiante, e la seconda metà dell’Ottocento con l’ampia
e poco nota produzione di romanzi e racconti pubblicati in appendice ai
periodici dell’epoca.
Nel primo caso lo sforzo di rielaborazione
e ri-creazione di «storie» ed exempla di ampia circolazione
internazionale non sfocia come altrove nella elaborazione di un filone
di narrativa «laica», e la stessa funzionalità dei testi
in rapporto all’esercizio omiletico e catechistico non incentiva evidentemente
una ricerca formale e stilistica originale: anche se sarebbe ingeneroso
non riconoscere ad alcuni testi, di volta in volta, spunti interessanti
di «candore» e afflato poetico (ad esempio nel Raxonamento
de Christe e Maria), momenti di costruzione associabili a un piacere per
il racconto romanzesco a sfondo esotizzante (nel De Barllam e Iossaffà),
e, in alcuni exempla soprattutto, l’emergere di una componente «gotica»
e di un gusto macabro che Italo Calvino individuava non a torto quale componente
originale della tradizione leggendaria e fabulistica popolare della Liguria,
nella quale molto di questo materiale narrativo trecentesco è senz’altro
defluito.
Il romanzo ottocentesco, di contenuto
storico e soprattutto a carattere sociale, tenta di acclimatare in genovese,
in maniera attardata e provinciale, suggestioni romantiche di volta in
volta contaminate con tensioni realiste o addirittura naturalistiche, ma
lo sforzo non approda, salvo eccezioni, a interpretazioni originali delle
grandi correnti artistiche e culturali del periodo: un testo ancora godibile
come Ginn-a de Sampedænn-a è interessante meno come esempio
narrativo che come documento e lettura di ambienti e situazioni intimamente
genovesi anche se originalmente trasferite nel mondo «nuovo»
dell’emigrazione transatlantica.
A queste due fasi non contigue cronologicamente
e ideologicamente assai lontane tra loro non si può dunque guardare
come a momenti fondanti di una «tradizione» di narrativa in
genovese, che resta estranea a quei filoni di robusta continuità
artistica e concettuale che contraddistinguono invece l’espressione poetica
dai suoi inizi ai giorni nostri: lo stesso romanzo ottocentesco non genera
nel corso del secolo successivo né prosecuzioni né sovvertimenti
del suo impianto, e la prosa narrativa del Novecento non va oltre un volontaristico
pullulare di memorie e rievocazioni (con punte di notevole impegno artistico
e documentario soprattutto in testi linguisticamente marginali come i racconti
in dialetto di Buggio di don Guido Pastor o quelli riomaggioresi di Siro
Vivaldi), bozzetti umoristici e trascrizioni dall’oralità.
Questo è il panorama, riflesso
della «crisi» novecentesca dell’espressione ligure, che emerge
anche dalle pubblicazioni biennali dell’unico concorso di narrativa in
lingua regionale, il Premio Pontedassio, che pure rappresenta un’occasione
importante di confronto e di incontro tra autori, critica e pubblico. Se
non mancano le eccezioni, i tentativi di emergere dalla memorialistica
e dalla retorica paesana sono incentrati soprattutto sulle problematiche
sociali e sulle descrizioni di ambienti e situazioni nettamente connotati
in senso locale e regionale, anche se attualizzati e animati da uno sforzo
sincero di interpretazione della drammaticità quotidiana, come nel
caso, qualche anno fa, del romanzo E fóndeghe di Giorgio Cambiaso.
In questo bilancio non esaltante, anche
se non del tutto negativo, emerge per qualità artistica e per impegno
contenutistico la sconcertante esperienza narrativa di Alessandro Guasoni,
già accreditato come esponente di spicco della poesia lirica in
genovese di questi ultimi anni. Sconcertante potrà sembrare un aggettivo
forte, e potrà sembrare per certi aspetti inadeguato, ma rende senz’altro
l’idea che si accompagna alla lettura dei racconti, in parte pubblicati
in diverse occasioni e adesso qui raccolti, coi quali l’autore affronta
e risolve il problema di una prosa narrativa rinnovata nelle forme e nei
temi e, oserei dire, negli intendimenti.
La scelta di Guasoni è in ambito
narrativo ideologicamente contigua a quelle operate in ambito poetico:
rottura con la tradizione novecentesca dal punto di vista della lingua
e dei contenuti, recupero, soprattutto sotto il primo aspetto, di agganci
con la tradizione classica, raccordo con le esperienze del Novecento internazionale,
superando gli angusti limiti imposti da una «dialettalità»
alla quale l’autore si dichiara estraneo sia nelle sue rassicuranti manifestazioni
vernacolari, sia nella componente «neodialettale», l’adesione
alla quale sancirebbe un’inevitabile accettazione del ruolo supplente del
genovese come lingua poetica in rapporto all’italiano.
Ciò non significa peraltro che
nella prosa narrativa, come già nella poesia, l’esercizio stilistico
e la ricerca linguistica, spesso estenuata, prevalgano sui contenuti e
sulla volontà esplicita di manifestare le risultanze di una personalissima
ricerca interiore. I contenuti non sono affatto al servizio dell’«ideologia»
genovesista, alla quale Guasoni guarda del resto con disincanto, consapevole
della difficoltà di accreditare, nella realtà sociolinguistica
attuale, un modello idiomatico la cui restaurazione è però,
questo sì, strumento di scavo e metodo di analisi introspettiva.
Da qui la notevole compattezza tematica di questa raccolta di racconti,
che elude i rischi dello sperimentalismo fine a se stesso per offrire una
interpretazione del reale alla luce dell’esperienza esistenziale dell’autore.
Si riconosceranno facilmente, nella metafora
guasoniana del Potere cieco e sordo, ascendenze letterarie di ampio respiro,
e il tema della fuga da esso non è esente a sua volta da citazioni
e rimandi. Ma sconcerta, nella narrativa di Guasoni, l’insistenza su due
aspetti del rapporto carceriere-prigioniero, aguzzino-vittima, che se ancora
una volta non sono del tutto esenti da frequentazioni, vengono sviluppati
dall’autore con notevole originalità di spunti e riflessioni: da
un lato vi sono le buone intenzioni (o atteggiamenti come tali percepiti)
del Potere che viene esercitato da entità astratte e innominabili
(come in Inti forni) o da personalità precisamente connotate (in
A tomba de giassa), dall’altro la rassegnazione, nelle vittime, e la consapevolezza
dell’inutilità della fuga.
Talmente insistito è il riproporsi
di questo duplice atteggiamento, che si sarebbe tentati di individuare
in esso un richiamo al presente, nella scontata evocazione di Grandi Fratelli
letterari e televisivi e nell’esplicita denuncia della crisi di valori
individuali e collettivi con la quale si è aperto questo nuovo millennio.
In realtà, un intento «civile» sembra estraneo al Guasoni
narratore non meno che al poeta, se per «civile» si deve intendere,
banalmente, il tentativo più o meno riuscito di piegare le proprie
istanze creative a un progetto politico o sociale: anche se poi il chiamarsi
fuori, il proporsi come coscienza critica, l’«osservare» distaccato
e individualistico sono atti di militanza, sappiamo tutti, spesso assai
più sofferti e faticosi dell’adesione rituale a questo o a quel
movimento, a questa o a quella scuola di pensiero.
Anche il rapporto masochistico della vittima
col carnefice (Padre? Madre? Amante?) viene rivisitato, rispetto ai modelli
cari all’autore – non solo primo-novecenteschi, a quel che sembra, se le
citazioni includono rimandi alla migliore fantascienza e al genere horror
– attraverso un coinvolgimento emotivo che, supportato dalla fluidità
delle scelte linguistiche, attribuisce valenza poetica fortemente introspettiva
alle narrazioni, configurando come vere e proprie esperienze liriche testi
di forte valenza simbolica come A-o paise e In sciâ tæra, in
sciô mâ e pe l’äia: del resto Guasoni non ama ricorrere
alla terza persona ed esplicita più volte il carattere fortemente
autobiografico – in una dimensione beninteso onirica e metaforica – delle
vicende evocate, per lo più prive di una vera e propria trama e
di uno sviluppo narrativo. E tuttavia il racconto è avvincente,
la «storia» c’è anche se condotta lungo meandri interiori
attraverso i quali si scende con quel brivido di piacere che accompagna
la lettura dei racconti ben fatti, costruiti con sapienza e guidati all’epilogo
con mano ferma dal pastore di parole veramente preoccupato per i destini
del suo gregge.
Non bisogna quindi fare l’errore di leggere
il libro come esperienza narrativa di un poeta, bensì come risultato
ingegnoso dell’arte di un narratore che è poeta: la distinzione
è sottile ma sostanziale, e suppone nel lettore la capacità
di immedesimarsi nell’autore-protagonista lasciandosi al tempo stesso catturare,
senza preconcetti di sorta, dallo sviluppo delle vicende. Aiuterà
in questa non facile impresa il compimento di uno sforzo ulteriore, quello
di leggere i testi nella forma linguistica originale: talvolta non facile,
lo si deve ammettere, per l’estenuata ricerca lessicale e formale di Guasoni,
ma densa di quei giri sintattici, di quelle movenze, di quell’espressività
idiomatica che caratterizzano l’uso genovese e ne determinano tradizionalmente,
come amavano ripetere gli artefici del classicismo rinascimentale e barocco,
l’ingombrante e caparbia originalità.
Resta da chiedersi se quella esplorata
da Guasoni rappresenti una soluzione al «problema» estetico
e letterario di una narrativa in genovese e, allargando lo spazio di analisi,
in qualsiasi altro idioma minorizzato. Lo spazio riservato a tali forme
di espressione sembra essere principalmente, lo abbiamo visto, quello memorialistico,
con qualche escursione nel realismo e nell’attualità dove le condizioni
sociolinguistiche ancora lo consentano. Eppure lo sforzo di esulare da
tali confini è comune a molti autori che, scrivendo in lingue meno
diffuse, per formazione, per gusto personale, per circostanze anagrafiche
e per scelta artistica e militante ritengono di dover superare i luoghi
comuni che associano a una lingua una funzione immutabile nel tempo.
L’esempio di Ghjuvan-Maria Comiti, autore
di racconti surreali e di romanzi gialli in lingua corsa è il primo
che mi viene in mente per contiguità geografica e culturale, ma
altri se ne potrebbero addurre per altre realtà idiomatiche europee
e mediterranee. Il rischio è quello che, in un ambito meno frequentato
come la narrativa, questo tipo di sperimentazioni finisca per corrispondere
a quella che in poesia è la tendenza neodialettale rispetto alla
componente vernacolare che trova il suo corrispettivo nella prosa rievocativa:
uno spazio (oggi si direbbe un format) nel quale si riversino le effusioni
più o meno sublimi di chi crede, più o meno in buona fede,
di inseguire la modernità senza rinunciare alla «scoperta»
e alla valorizzazione della Parola ancestrale, ciò che finisce talvolta
per legittimare e qualificare qualsiasi banalità iperletteraria
purché scritta in una lingua presuntamente non letteraria.
Mi pare che Guasoni, non meno di Comiti,
sia riescito almeno finora a eludere brillantemente questo rischio. Difficile
dire se ciò rappresenti un punto di arrivo, un inizio o un momento
isolato. Certo è che questi Barcoin si aprono oggi, tradendo clamorosamente
la metafora angosciante che pervade l’omonimo racconto, per portare una
ventata d’aria nuova nell’espressione genovese. Ed è già
un risultato.
Fiorenzo Toso
Piliscsaba, 27 aprile 2006