
Fiorenzo Toso: tratto da "La letteratura in genovese - Ottocento anni di storia, arte, cultura e lingua in Liguria" (Edizioni Le Mani - 1998-2000)
La raccolta L'òrto
da madonnâ (1981), che raccoglie la produzione degli anni Settanta,
ha rivelato la raffinata vena poetica di Alessandro Guasoni, autore che
se in quella prima fase presetna ancora qualche aggancio con la lirica
di impronta firpiana o con un descrittivismo alla Gismondi, già
mostra tuttavia una originalità tematica e un impegno formale che
lo distaccano nettamente dalla schiera dei lirici attardati, dai quali
lo separa anche una chiara coscienza artistica rivolta a un costante lavoro
di affinamento ed elaborazione, condotta anche attraverso un ripensamento
sulla tradizione del passato e sulla sua valenza culturale.
Da un paesaggismo
costruito con immagini sobriamente incisive, alla Sileri, prende spunto
una meditazione di carattere pessimistico, incentrata sul tema della solitudine
e della precarietà esistenziale. Parallelo e più implicito
è, nei testi della prima raccolta, il tema della fuga dall'angoscia,
che si risolve costantemente, peraltro, in un fallimento, in una generale
ricaduta nella sofferenza. In altre occasioni Guasoni sembra però
abbandonare già i toni descrittivi, per riproporre gli stessi temi
con un linguaggio più astratto, che preferisce al paesaggio, quale
spunto di riflessione esistenziale, l'evocazione di ossessivi ricordi infantili
o la trasfigurazione onirica del quotidiano. Ma è con la successiva
silloge L'ätra Zena (1992) che i temi cari al poeta trovano
ampio sviluppo e maggiore articolazione in una poesia ormai slegata dalla
realtà, fatta di immagini potentemente evocative e costruite con
geometrica freddezza, che utilizzano simboli chiave (la città trasfigurata
e immobile, l'isola, il falco, il marmo, il cristallo) e suggestioni letterarie
(da Kavafis a Yeats, da Eliot ai classici indiani) per dar vita ad una
raccolta di elegie di notevole intensità, sospese tra sperimentalismo
e richiami al mondo classico, ad esempio col tentativo di riprodurre in
genovese i metri della poesia latina. Con A pòula e a lunn-a
(1997),
la ricerca formale si perfeziona ulteriormente, a mano a mano che i contenuti,
come nell'ultimo Guidoni, appaiono vieppiù allusi, lasciati all'interpretazione
del lettore chiamato a orientarsi in un gioco di immagini, suoni, allitterazioni
di gusto talvolta baroccheggiante.
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Alla contemplazione disincantata delle illusioni perdute Guasoni ritorna con particolare frequenza, esprimendo attraverso di essa i tratti più marcati di una riflessione profondamente pessimistica, che irride ormai apertamente, in maniera quasi blasfema, alla speranza cristiana. Gli dèi chiamati a risollevare le sorti dell'umanità sofferente sono ora sostituiti da mostruose entità che, come i demoni delle antiche pitture gotiche, appaiono destinati a seviziare lentamente, etenamente, raffinatamente quanti avevano riposto fiducia in loro. La fine di ogni aspettativa in una qualsiasi forma di redenzione genera così l'ansia del vuoto primordiale, alla quale il poeta risponde con l'accumulo di immagini inquietanti, chiamate ad esorcizzare il vuoto ancor più angoscioso che dalla pagina bianca si propaga nel suo essere.