(prefazione di Alessandro Guasoni al libro di Anselmo Roveda "A farta de l'euio de framboase into sangue spantegòu", Campanotto Editore, Udine, 2006)
Presentare un libro di poesie
in genovese è facile e difficile; più facile se si presume
che il lettore conosca le vicende del nostro linguaggio e della sua letteratura;
più difficile se, come è di gran lunga più probabile,
si immagina che invece le ignori. Non sarà perciò inutile
accennare al dibattito culturale in cui si inserisce la poesia di Anselmo
Roveda.
I meno giovani di noi hanno
dovuto, per lunghi anni, fare i conti con la figura - per certi aspetti
notevole, ma ormai divenuta ingombrante - di Edoardo Firpo, esattamente
come - a tempo debito - i sostenitori del poeta del grillo cantadô
avevano dovuto lottare al fine di rendere commestibili i versi del Firpo
ad un ambiente culturale estremamente chiuso e provinciale, quello genovese,
che concepiva - e tuttora in gran parte concepisce - la poesia "dialettale"
esclusivamente sotto le specie della battutina umoristica, spesso a doppio
senso, e della celebrazione nostalgica del buon tempo andato. Non che tali
cose mancassero del tutto, in Firpo, ma certo la sua visione tutto sommato
introspettiva, a volte tragica, della vita non coincideva appieno con gli
stereotipi della letteratura dialettale come la si intendeva allora.
Avvenne lentamente, faticosamente,
una riscoperta delle possibilità liriche, tragiche, o anche epiche,
del genovese; e la fama del Firpo, anche a causa dell'inclusione nella
famosa antologia di Pasolini, si accrebbe notevolmente; gli si attribuì
il merito di aver per primo trattato il genovese alla stregua di una lingua,
e ancor oggi si può trovare chi lo afferma. Naturalmente, le cose
non stanno così. Una corrente "seria", impegnata, attraversa tutta
la letteratura in genovese, dalle rime di Luchetto, contemporaneo di Dante,
intento ad infondere nei concittadini amore per la patria genovese, a celebrarne
le imprese belliche e civili, per arrivare alle invettive di un Foglietta,
alla lirica eterea di un Cavalli, e di nuovo all'impegno civile di un De
Franchi. A quel tempo il genovese è "lingua", seppure in minoranza,
al cospetto di tante e diverse espressioni culturali con cui è venuta
a contatto nel corso dei secoli, e la sua importanza anche sociale è
ribadita dagli usi semiufficiali cui è ammessa, si vedano ad esempio
gli encomi dogali, di cui furono celebri autori il Cigala e lo stesso Cavalli.
Con l'unità d'Italia,
la letteratura in genovese retrocede a poco a poco, ma definitivamente,
al rango di "dialettale", ed allora, sì, prevale in essa il bozzettismo,
il folklore, il sentimentalismo a buon mercato. Come dicevamo, il Firpo
si distacca in parte da ciò e potè sembrare a suo tempo un
grande innovatore: il problema è che, nel frattempo, il Novecento,
il "secolo breve", aveva anche enormemente accorciato tutte le distanze,
sia spaziali sia temporali, la pressione della lingua italiana sulle lingue
locali si era fatta fortissima; senza che nessuno se ne accorgesse erano
stati posti i semi della globalizzazione e della società multirazziale.
Dietro le numerose avanguardie
che si sono succedute nel secolo scorso si agita una serie di domande,
non sempre poste in modo cosciente, nate dall'inquietudine e dal dubbio
che corrode certezze secolari. Il mondo dove "Dio è morto", il mondo
dove è prevalso il nichilismo, il relativismo, il "pensiero debole",
il mondo che scivola verso l'assurdo, permeato di mancanza di senso, può
esprimersi secondo una qualsiasi logica? Può trovare un'interpretazione
nel monolinguismo? La varietà, l'interscambiabilità delle
culture può trovare voce nei vocaboli e nella sintassi di una lingua
sola, o questa è necessariamente la portavoce di un punto di vista
troppo parziale, inadeguato?
Se la risposta è no,
qualsiasi letteratura diviene a poco a poco impossibile e, come già
qualcuno ha gridato alla "fine della storia", così non è
difficile dover immaginare la "fine di ogni letteratura"; ciò che
rimane è infatti un grande magazzino delle opinioni in cui, essendo
annullato ogni punto di vista privilegiato e ogni gerarchia abolita, l'evoluzione
del pensiero e delle idee, ormai tutte equivalentesi, non ci si presenta
più secondo uno sviluppo logico e temporale, ma in una sorta di
contemporaneità insipida e paralizzante.
Anselmo Roveda appartiene
ad una generazione che quasi non ha conosciuto il mondo di prima, è
nato in un'epoca in cui molte delle radici erano state recise; consapevole,
più o meno come tutti, che non è possibile tornare indietro
e che, da un punto di vista artistico, bisogna comunque fare i conti con
la sfida ineludibile delle avanguardie (in gioventù è stato
attratto dalle sperimentazioni del gruppo '63), dal puro formalismo e dalla
dissacrazione propri di tali esperienze giunge oggi ad una peculiare valorizzazione
della propria interiorità. Dichiara infatti, in un'intervista, che
la scelta del genovese quale mezzo di espressione letterario nasce dal
bisogno di trovare una lingua "fortemente sua, quasi privata, che fosse
però ad un tempo una lingua universale, "storica", concreta, tangibile,
fatta delle vite di chi vita aveva vissuto". Questa ricerca di una fusione
tra individualità e universalità, tra io astratto e mondo
concreto è forse una delle caratteristiche più frequenti
di chi scrive in dialetto con piena consapevolezza artistica; si tratta
di trovare un punto di incontro fra una tradizione che ha molto "vissuto"
e la modernità con le sue sfide e i suoi traguardi da raggiungere,
in modo che la prima ne sia rivitalizzata e la seconda umanizzata, vivificata
dalla memoria e dall'esperienza del passato.
Trovare questo punto di incontro
e mantenersi in equilibrio ha quasi del miracoloso, ma diremmo che Roveda
ci riesce; evitando ogni fuga nell'arcadia, l'autore si interroga sull'identità
personale e trova sé stesso riflesso nei minimi particolari della
natura attentamente osservata: me spegio inte çëxe / e attreuvo,
/ mæximo e cangiòu, / o mæ möro che o l’ammia drïto
in fondo a-a stradda*(1). Ed ancora: 'n mignin / cô da çenie
e do çetron / o m'à ammiòu / drito in ti euggi / à
domandâse, à domandâme / o senso d'ëse spegio
di penscëi*(2). Questa muta domanda insita nelle cose non è
a sua volta che un riflesso sul piano personale della più grande
domanda che si pone chi appartenga ad una cultura, ad una etnia minacciata,
sul significato e il ruolo di questa sua cultura nel mondo di oggi. Pensiamo
che non sia assolutamente un caso se questa poesia, ad un certo punto,
viene ad esprimere le sue problematiche per mezzo dell'assurdo, del nonsense:
mæ poin o gh'aiva poïa da pùa e di òmmi grammi
e o l'è mòrto contento à sciuscianta e passa anni
*(3). È un tratto comune ad altra poesia moderna in genovese; si
pensi ad alcune canzoni di De André, ma anche, e forse con maggiore
sforzo teoretico alle spalle, a Plinio Guidoni, la cui tensione verso l'assoluto
indicibile di stampo mallarmeano sfocia spesso nell'alogico; a sottintendere
il presagio del mistero dietro la porta, certo, ma anche a ribadire lo
straniamento, il disagio di chi, comunque legato ad una tradizione, non
può riconoscersi totalmente nei valori alienati e alienanti del
mondo moderno: in tutta cosciensa, / san de mente e de còrpo,
/ conscìdero / che se dovesse ceuve o l'é un disastro...
E in sciô ballòu / quella pòrta inciodâ / de
'na donnetta ranga / ch'a cantava "Granada" / e a strangoava passoëte...*(4)
Forse è così
che il solipsismo e l'incomunicabilità dell'uomo contemporaneo trovano
la loro migliore espressione: nella lingua morente e minorizzata; relegata
in un ghetto, questa lingua stessa è simbolo della chiusura e dell'impossibilità
di stabilire rapporti autentici con l'altro da sé. Non che manchino
in Roveda i tentativi di uscire dalla monade solipsistica; anzi, sono frequenti
le sue immersioni in un mondo mediterraneo e solare, in cui anche un genovese
potrebbe ritrovarsi; si vedano le impressioni del viaggio in Galizia, il
ricordo di Amalia Rodrigues, le citazioni da Buttitta; la speranza di trarre
nuova linfa per la tradizione locale da popoli affini per temperamento,
o mentalità si traduce qui in un senso di libertà e cosmopolitismo.
Ma l'autore, per sua predisposizione psicologica individuale, continuerà
appunto ad identificarsi con figure messe in minoranza dalla storia, con
gli esclusi, ed il cerchio si chiude.
Altra fonte di ispirazione in Roveda
sembra essere l'attualità; alcuni testi traggono spunto da fatti
bellici recenti. Si veda ad esempio Zena blues dove le notizie della guerra
filtrano nella notte, insinuando una vaga e perciò terribile apprensione
per la persona amata. Siamo in presenza della classica poesia genovese
di impegno civile, che protrattasi attraverso i secoli, possiamo ritrovare
anche oggi, ad esempio nell'opera di Roberto Giannoni; in Roveda, tuttavia,
è caratteristica l'attenzione per le minoranze oppresse, e per problematiche
educative, che da un punto di vista extraletterario si esprime anche nell'adesione
dell'autore alle teorizzazioni dell'etnopedagogia e nelle sue ricerche
dialettologiche e etnomusicali condotte "sul campo".
Parecchie, dunque, e tutte interessanti
e ben delineate, le vie che questo autore sembra essere intenzionato a
seguire, anche se non ancora tutte compiutamente approfondite; non resta
quindi che aspettarne gli ulteriori sviluppi, per ora non del tutto prevedibili,
formulando i migliori auguri di risultati sempre maggiori, che, viste le
premesse, non potranno mancare.